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Monte dei Paschi, se si fanno bene i conti lo Stato ci ha rimesso molto meno di quel che si racconta al bar

Michele Berti su La Nazione fa i conti su quanto è costato allo Stato il salvataggio della Banca Monte dei Paschi e i numeri stridono con l’opinione diffusa che le finanze pubbliche ci abbiano rimesso un sacco di soldi. Con l’Opas di Intesa che mette la parola fine all’avventura pubblica nel Monte dei Paschi, la politica è tornata a litigare sui numeri. Per il deputato di Avs Angelo Bonelli è la prova della “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”; per Giancarlo Giorgetti, che rivendica di aver risanato e reso “appetibile” la banca, conta una cosa sola: “Chi paga di più”. Slogan opposti, entrambi parziali.

Mettiamo invece in fila le cifre. Il capitolo decisivo è il 2017. Per evitare il default dell’istituto più antico del mondo, lo Stato vara la ricapitalizzazione precauzionale: 5,4 miliardi di denaro pubblico (dentro ci sono circa 3,9 di aumento di capitale e 1,5 di ristori agli obbligazionisti subordinati raggirati), a fronte di altri 4,3 messi da azionisti e creditori con il “burden sharing”. Il Tesoro si ritrova con il 64-68% della banca.

Nel 2022 arriva un secondo intervento: l’aumento da 2,5 miliardi, a cui il Mef partecipa pro quota per circa 1,6 miliardi. Totale del denaro pubblico immesso tra il 2017 e il 2022: intorno ai 7 miliardi. Ma è solo l’ultimo atto. Prima c’erano stati i Tremonti Bond del 2009 (1,9 miliardi) e i Monti Bond del 2012 (3,9 miliardi), poi in larga parte rimborsati. Il Centro studi Unimpresa stima il costo complessivo dei salvataggi dal 2012 attorno ai 20 miliardi, mentre i conti che mettono insieme tutte le ricapitalizzazioni dal 2008 arrivano a sfiorare i 23-30 miliardi. Siena ha consumato molto più dei 7 miliardi finiti nelle casse pubbliche. Sull’altro piatto della bilancia ci sono gli incassi, e qui la sorpresa è positiva. Tornata all’utile con il rialzo dei tassi, Mps è diventata vendibile, e il Tesoro ha smobilizzato in tre tranche il 52,5% del capitale incassando circa 2,7 miliardi: 920 milioni a novembre 2023 (a 2,92 euro per azione, con una plusvalenza del 46% sul prezzo di sottoscrizione del 2022), circa 650 milioni a marzo 2024, e una terza vendita a novembre 2024 per 1,1 miliardi. A questi si aggiungono i dividendi girati al Mef – circa mezzo miliardo tra il 2024 e il 2025 – e il valore della quota residua, oggi scesa al 4,86% (e destinata a calare ancora con la fusione di Mediobanca), che ai prezzi gonfiati dal risiko vale tra 1,3 e 1,5 miliardi. Somma dell’avere: circa 4,6 miliardi recuperati a fronte dei 7 miliardi del salvataggio 2017-2022. Sul perimetro stretto – soldi pubblici 2017-2022 contro incassi – il buco residuo è dunque nell’ordine dei 2-2,5 miliardi. Molto meno della catastrofe evocata dagli slogan: chi ha gestito le vendite può legittimamente rivendicare di aver venduto a prezzi crescenti, sfruttando la risalita del titolo, e di aver evitato la perdita totale che si temeva pochi anni fa. È la ragione per cui il governo parla della “privatizzazione meglio riuscita” dal Tesoro nel settore bancario.

Il problema è ciò che resta fuori dal perimetro stretto: i miliardi delle stagioni precedenti – Tremonti, Monti, i ripetuti aumenti – che nessuna vendita recupererà mai e i veri protagonisti silenziosi, cioè gli azionisti e gli obbligazionisti privati travolti dalle ricapitalizzazioni, le cui perdite si contano in molti miliardi. Ecco perché entrambi gli slogan colgono una parte di vero e nascondono il resto. Ha ragione il governo quando dice che, sul denaro immesso nell’ultima fase, lo Stato sta rientrando di quasi tutto: il salvataggio del 2017 è stato, in termini puramente di cassa, meno rovinoso del previsto. Ma ha ragione anche l’opposizione quando parla di profitti privatizzati: perché il rientro c’è solo sull’ultimo tratto, perché il beneficio fiscale ha aiutato i privati, e perché alla fine di tutto lo Stato esce senza alcun dividendo industriale.

Il conto, allora, non è solo contabile. In euro, lo Stato chiude con un rosso contenuto e una banca salva: un risultato che, viste le premesse, è tutt’altro che disprezzabile. In termini di strategia, il bilancio è più magro: nove anni di intervento pubblico, decine di miliardi movimentati nell’intera saga, e nessun obiettivo industriale di lungo periodo rimasto in mano allo Stato. Si è evitato il peggio – il fallimento di una banca sistemica – e si è incassata l’uscita al momento giusto. Ma chiedersi a che cosa sia servito tutto questo, oltre a non far saltare il sistema, resta una domanda legittima. E senza risposta.

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