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Economia

Monte dei Paschi, la prima reazione a Meloni: “Il nome è la spoglia che sopravvive alla cosa”

Pierluigi Piccini.

Nel giro di pochi giorni la vicenda del Monte si è ordinata in due gesti che sembrano opposti e sono invece la stessa mossa. Da un lato la presidente del Consiglio, in un’intervista al direttore di Milano Finanza, prende congedo: il governo “non è parte attiva”, quella in corso è “dinamica di mercato”, e l’unico auspicio è che la banca “non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità”. Dall’altro, a Roma, il ministro dell’Economia apre finalmente alle istituzioni toscane il tavolo tante volte invocato, fissandolo al 20 agosto — “dopo il Palio”, naturalmente. Un passo indietro e una porta che si apre. A guardar bene, la porta si apre proprio perché il passo indietro è già stato fatto.

Conviene diffidare della neutralità dichiarata dall’alto. Non esiste parola di un presidente del Consiglio su una singola banca, dentro una singola operazione, che sia davvero neutra: nel momento stesso in cui si esprime un auspicio si detta una linea, si manda un segnale al mercato e agli attori. “Non siamo parte attiva” convive senza imbarazzo con la collocazione accelerata della quota residua dello Stato, con l’architettura del golden power sullo sfondo, con la regia dei tempi. È la neutralità di chi ha già scelto e preferisce non firmare la scelta.

Il resto della dichiarazione lavora a un’unica economia del discorso: incassare il merito, respingere la responsabilità dell’esito. La banca “ereditata agonizzante e riportata in salute” è opera del governo; ciò che le accadrà adesso è faccenda del mercato, cioè di nessuno. Perfino l’immagine del “pezzo pregiato” serve a questo, perché rovescia una scalata subìta in un complimento ricevuto: il Monte fa gola perché è sano, e se è sano è merito nostro. Si dimentica soltanto che è stata l’uscita anticipata dello Stato ad aprire la porta ai pretendenti.

E qui sta il punto che vale la pena non lasciar scorrere. La linea rossa è fissata sul nome e sull’identità. È la difesa meno impegnativa che si potesse scegliere, perché è esattamente ciò che un acquirente può concedere a costo zero. Un’incorporazione può mantenere l’insegna “Monte dei Paschi” come vetrina, come marchio da tenere in bella mostra, mentre svuota tutto ciò che conta davvero: il centro decisionale, l’autonomia del credito, la funzione verso le imprese, il radicamento che non è folclore ma potere di decidere dove e a chi prestare. Il nome è la spoglia che sopravvive alla cosa. Chi fissa il confine sull’insegna ha già acconsentito, in anticipo, alla perdita di tutto il resto.

La stessa lente illumina l’altro dossier. Sull’espansione di Unicredit in Germania l’auspicio è speculare: che l’istituto conservi “solide radici italiane”. Difendere l’italianità in casa, proiettarla fuori. La banca vale come bandiera, come pezzo di patrimonio nazionale, non come funzione economica; conta il legame col Paese più di ciò che la banca concretamente fa. Un criterio che riscalda i cuori e non vincola nessuno.

Torniamo allora al tavolo del 20. Che sia stato concesso dopo settimane di silenzio, e dopo la protesta di chi denunciava “una grave mancanza di rispetto istituzionale”, non lo rende una vittoria: lo rende una concessione ben calcolata. Lo si apre quando la cornice è già chiusa dall’esterno — governo fuori, mercato sovrano, unica soglia il nome. Quando i rappresentanti del territorio entreranno al ministero, il perimetro di ciò che potranno ottenere sarà già disegnato altrove. E chi li riceve siede su una quota ormai residua e ha dichiarato concluso il proprio ruolo: può ascoltare, rassicurare, evocare poteri speciali. Decidere, no.

Così anche il tavolo diventa un nome più che una cosa. L’incontro in presenza al posto del collegamento a distanza, il riconoscimento formale, la soddisfazione dei comunicati congiunti: tutto vero, e tutto simbolico. Si eleva la forma proprio là dove manca la sostanza, cioè un impegno che leghi il governo sull’occupazione, sulla direzione senese, sul luogo fisico in cui si prendono le decisioni. Al territorio si consegna la scena, non il copione.

E la politica locale offre a Roma l’ultima cortesia. Un fronte che si incrina sul battibecco tra Provincia e Comune, il centrodestra che accusa la sinistra di rompere l’unità, ciascuno impegnato a rivendicare o a spartirsi la paternità dell’incontro, è un fronte che discute della sedia e non di ciò che vi si decide. La divisione senese lavora, senza volerlo, per la cornice che la sovrasta. L’unità celebrata come forza è la prima cosa a cedere.

Resta, alla fine, una simmetria che dovremmo avere il coraggio di nominare. Si difende il nome per poter cedere la cosa; si concede il tavolo per poter chiudere la partita. Al Monte si promette l’insegna e si lascia in bilico la sostanza; a Siena si offre l’ascolto e si sottrae la decisione. Il 20 agosto si rischia di sedersi a un tavolo apparecchiato per il riconoscimento e sparecchiato di ogni potere, e di alzarsi soddisfatti di esserci stati. Sarebbe il modo più elegante di perdere: ringraziando.

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