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Economia

Monte dei Paschi, domande e risposte su quello che è successo e che può succedere alla banca più antica del mondo

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Andrea Fioravanti è l’autore di una newsletter settimanale su Linkiesta in cui affronta un tema di attualità e questa volta affronta il piano di Luigi Lovaglio per il Monte dei Paschi, il voto degli azionisti, gli interessi del governo e della politica e le conseguenze possibili per clienti e dipendenti. La formula è quella della domanda e della risposta. Ne riportiamo alcune.

Qual è la notizia? 

Giovedì 20 agosto il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena ha approvato, con nove voti favorevoli e quattro astensioni, il piano presentato dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio per provare a comprare Banco BPM e Banca Generali. Il piano, che dovrà essere autorizzato dagli azionisti di Mps, prevede due offerte separate rivolte ai proprietari delle due società. Banco BPM è una grande banca commerciale, particolarmente forte nel Nord Italia; Banca Generali è la banca controllata da Assicurazioni Generali e specializzata nella gestione dei risparmi. L’iniziativa è la risposta di Lovaglio al tentativo avviato l’8 giugno da Intesa Sanpaolo, il maggiore gruppo bancario italiano, di acquistare Mps. Il consiglio della banca senese può dichiararsi contrario all’offerta di Intesa, ma non può fermarla da solo: a decidere saranno gli azionisti. Lovaglio cerca quindi di convincerli proponendo un futuro alternativo per Mps.

Se vincesse Intesa, l’attuale Mps non rimarrebbe unita. Intesa terrebbe Mediobanca, la banca milanese specializzata nella consulenza alle grandi imprese e nella gestione dei grandi patrimoni, insieme a circa metà degli sportelli e alle attività più redditizie del gruppo. L’altra parte della rete, il marchio Monte dei Paschi e le strutture necessarie per far funzionare una banca autonoma verrebbero venduti a Unipol, il gruppo assicurativo che è il principale azionista di BPER, un’altra grande banca italiana.

Lovaglio propone invece di mantenere Mps indipendente e trasformarla nel centro di un nuovo gruppo: Banco BPM porterebbe filiali, clienti e prestiti; Mediobanca e Banca Generali rafforzerebbero le attività legate alle imprese e al risparmio. Per ora è soltanto un progetto. Il 29 ottobre dovranno autorizzarlo gli azionisti Mps. Successivamente dovranno accettarlo gli azionisti di Banco BPM e Banca Generali e dovranno approvarlo le autorità. Nessuna delle tre banche coinvolte nelle offerte ha quindi già cambiato proprietario: la partita è ancora aperta.

Prima di addentrarci in questo ginepraio, mi spieghi perché le banche vogliono comprare altre banche? Non potrebbe rimanere tutto così com’è?
Potrebbe, ma rimanere fermi non significa necessariamente conservare la stessa posizione. Se le concorrenti diventano più grandi, una banca che non cresce può perdere clienti e diventare a sua volta più facile da comprare. Una banca sostiene costi elevati per sistemi informatici, sicurezza e personale. Unendo due gruppi, gli stessi costi possono essere distribuiti su più clienti. Si possono chiudere strutture duplicate, utilizzare un’unica piattaforma tecnologica e vendere più prodotti attraverso una rete più ampia. È ciò che le banche chiamano “sinergie”: spendere meno o guadagnare di più grazie all’unione. C’è poi il risparmio gestito: quando i tassi d’interesse scendono, le banche possono guadagnare meno dalla differenza tra gli interessi incassati sui prestiti e quelli riconosciuti sui depositi. Diventano allora più preziose le commissioni ottenute vendendo fondi, polizze e consulenza. È per questo che le banche sono interessate alle società che gestiscono i risparmi e distribuiscono prodotti finanziari e assicurativi.

Le fusioni sono sempre convenienti?
No. Possono costare più del previsto, provocare problemi informatici, allontanare clienti e dipendenti e ridurre la concorrenza. Se due banche presenti nello stesso territorio si uniscono, possono inoltre essere costrette a vendere filiali. Comprare un’altra banca ha senso soltanto se i benefici dell’unione superano il prezzo pagato e i costi necessari per far funzionare insieme organizzazioni diverse.

Quindi, in concreto, chi vuole comprare chi?
Intesa Sanpaolo vuole comprare il Monte dei Paschi di Siena. Invece Mps, per costruire un’alternativa, vuole comprare Banco BPM e Banca Generali. Sono tre offerte diverse, rivolte a tre gruppi diversi di azionisti. Per questo la situazione sembra così ingarbugliata. Facciamo ordine: i soci Mps dovranno decidere se consegnare la propria banca a Intesa oppure se autorizzare il loro amministratore delegato, Lovaglio, a comprare Banco BPM e Banca Generali. E gli azionisti di queste ultime dovranno a loro volta scegliere se entrare in un gruppo guidato da Mps. Il fatto che esistano già proposte e cifre sui giornali non significa che gli accordi siano stati conclusi. L’offerta di Intesa indica come soglia il 66,67 per cento del capitale di Mps, ma Intesa può rinunciare anche a questa condizione. Prima del lancio, l’aumento di capitale necessario per pagare gli azionisti Mps dovrà essere approvato dall’assemblea di Intesa, convocata per il 10 settembre. Il periodo di adesione è atteso tra la fine di settembre e dicembre di quest’anno.

Perché la risposta di Mps all’offerta Intesa è comprare altre due società? Non potrebbe semplicemente dire di no?
No, perché Mps non appartiene al suo amministratore delegato o al consiglio di amministrazione: appartiene agli azionisti. Intesa si è rivolta direttamente a loro e ha offerto di scambiare le loro azioni Mps con azioni Intesa e denaro. Il cda di Mps può sostenere che l’offerta sia bassa o industrialmente sbagliata, ma non può vietare ai soci di accettarla. Per convincerli a rifiutare, Lovaglio deve mostrare che Mps da sola può valere di più. Il suo progetto dice proprio questo: anziché diventare un pezzo di Intesa, Mps può acquistare due società, aumentare rapidamente dimensioni e utili e diventare il centro del terzo grande polo bancario italiano. È quindi una difesa, ma anche una proposta industriale. I due aspetti non si escludono.

Com’è possibile che Mps provi a comprare altre società mentre Intesa sta cercando di comprare Mps?
È possibile, ma gli amministratori di Mps non possono decidere da soli. Quando una società è oggetto di un’offerta, entra in funzione la cosiddetta passivity rule: il consiglio di amministrazione non può compiere liberamente operazioni che rendano più difficile l’acquisto, perché altrimenti potrebbe difendere la propria posizione contro l’interesse degli azionisti. La regola, però, non impedisce ogni contromossa: permette al consiglio di amministrazione di sottoporla agli azionisti. È ciò che ha fatto Mps: il 20 agosto il cda ha approvato le offerte su Banco BPM e Banca Generali, ma la decisione dovrà essere autorizzata dall’assemblea convocata per il 29 ottobre. Saranno quindi i proprietari della banca, e non Lovaglio da solo, a stabilire se Mps possa trasformarsi da preda in compratore. Intesa Sanpaolo sta intanto valutando la presentazione di un esposto alla Consob sulle comunicazioni di Mps e sulla compatibilità delle contromosse con la passivity rule.

E se gli azionisti di Mps approvassero il piano di Lovaglio, che cosa succederebbe?
Il voto permetterebbe a Mps di portare avanti le due offerte e di creare le nuove azioni necessarie per pagarle. Autorizzerebbe anche la distribuzione agli attuali soci di quattro miliardi di euro, uno in denaro e tre in azioni Generali: la distribuzione, però, avverrebbe soltanto se almeno una delle offerte fosse dichiarata efficace. Il voto dell’assemblea non basterebbe. Servirebbero le autorizzazioni delle autorità bancarie e di quelle che vigilano sulla concorrenza, mentre la Consob, l’autorità pubblica italiana che controlla i mercati finanziari, dovrebbe controllare la completezza e la correttezza dei documenti destinati agli investitori. Deciderebbero infine gli azionisti di Banco BPM e Banca Generali. Le due offerte sono indipendenti e per ciascuna Mps ha fissato una soglia minima del 50 per cento più un’azione. La banca si è però riservata il diritto di rinunciare a questa condizione o di modificarla. In Banca Generali sarebbe determinante Assicurazioni Generali, che possiede il 50,17 per cento e, se consegnasse tutte le proprie azioni, permetterebbe da sola di superare la soglia. In Banco BPM peserebbe soprattutto Crédit Agricole, che ne possiede circa il 29,3 per cento: non potrebbe bloccare l’offerta da sola, ma senza la sua adesione Mps dovrebbe convincere una quota elevata degli altri soci. I consigli di amministrazione di Banco BPM e Banca Generali dovranno pubblicare una valutazione motivata delle offerte e potranno raccomandare agli azionisti di accettare o rifiutare, ma non avranno diritto di veto. Banca Generali ha già definito l’offerta non sollecitata, né preventivamente concordata, e ha annunciato di averne avviato l’analisi.

Le due offerte devono riuscire entrambe?
No. Le offerte su Banco BPM e Banca Generali sono simultanee ma indipendenti. Può riuscirne una e fallire l’altra, oppure possono fallire entrambe. Per ciascuna Mps ha indicato come condizione una partecipazione pari ad almeno il 50 per cento più un’azione della società bersaglio, riservandosi però la possibilità di rinunciare alla soglia o di modificarla. Il Monte ha inoltre precisato che le offerte non sono subordinate al ritiro o al fallimento di quella di Intesa. Per un certo periodo le tre operazioni potrebbero quindi sovrapporsi: Intesa cercherebbe di comprare Mps mentre Mps cercherebbe di comprare le altre due società.

Non capisco: come fa una banca a comprarne altre due senza avere 34 miliardi in contanti?
Pagando con pezzi di sé stessa. Mps emetterebbe nuove azioni e le consegnerebbe agli attuali proprietari di Banco BPM e Banca Generali. Chi accetta non incassa subito il prezzo di vendita: smette di essere azionista della vecchia società e diventa azionista del gruppo Mps allargato. È il significato di OPS, offerta pubblica di scambio. Per ogni azione Banco BPM, Mps ne offre 1,567 delle proprie; per ogni azione Banca Generali ne offre 6,958. Il numero di azioni è stabilito, ma il loro valore cambia continuamente in Borsa. Se Mps sale, l’offerta diventa più ricca; se Mps scende, diventa meno conveniente. I 34 miliardi non sono una somma custodita in un conto e pronta a essere versata.

Allora che cosa significano tutti quei miliardi citati nei titoli?
Sono fotografie scattate in giorni diversi. Tenendo conto del prezzo di Borsa del 19 agosto, il giorno precedente alla riunione del cda, e rettificandolo per tenere conto della distribuzione straordinaria di 1,208 euro per azione prevista dal piano, le azioni promesse valgono circa 25,3 miliardi per Banco BPM e 8,7 miliardi per Banca Generali. Il totale è 34 miliardi. Intesa, invece, all’annuncio dell’8 giugno valutava Mps 30,6 miliardi: offre azioni proprie più un euro in contanti per ogni azione Mps. Oggi alcuni giornali parlano di circa 36 miliardi, ma questo perché nel frattempo è salito il titolo Intesa, non perché Intesa abbia aggiunto denaro. C’è poi il premio, cioè quanto viene offerto in più rispetto al prezzo precedente del bersaglio. Mps non riconosceva alcun premio a Banco BPM rispetto al 19 agosto e offriva circa il 10 per cento in più a Banca Generali. Anche il premio, però, cambia scegliendo un giorno o una media diversa.

Perché Mps vuole proprio Banco BPM?
Perché le due reti si completano abbastanza bene. Banco BPM rafforzerebbe soprattutto la presenza del gruppo nel Nord Italia; Mps apporterebbe nel gruppo la propria rete nel Centro Italia, Mediobanca e le attività di consulenza finanziaria. BPM controlla inoltre Anima, uno dei principali gruppi italiani del risparmio gestito. L’idea non nasce adesso: il 7 giugno era stata la stessa Banco BPM a proporre una fusione concordata “tra pari”. Il giorno successivo Intesa annunciò l’offerta su Mps. Le trattative si interruppero il 31 luglio dopo la contrarietà espressa da Crédit Agricole, che possiede il 29,3 per cento di Banco BPM e preferisce rafforzare autonomamente la propria presenza in Italia. La banca francese non ha abbastanza azioni per bloccare da sola l’offerta di Mps. Se rifiutasse di aderire, però, il Monte dovrebbe raggiungere la soglia del 50 per cento più un’azione convincendo i soci che possiedono circa sette delle dieci azioni rimaste. Oggi quindi non si discute più di una fusione concordata tra le due banche: Mps propone l’operazione direttamente agli azionisti di Banco BPM, compresa Crédit Agricole.

E perché Mps vuole Banca Generali?
Perché le banche guadagnano in due modi principali: prestando denaro e vendendo servizi sul risparmio. Il primo dipende dai tassi d’interesse; il secondo produce commissioni ogni volta che la banca gestisce un patrimonio o distribuisce una polizza. Banca Generali è preziosa proprio per questo secondo mestiere. Non ha una grande rete di filiali tradizionali, ma migliaia di consulenti con un rapporto diretto con clienti benestanti. Mps potrebbe affiancarli agli sportelli propri e di Banco BPM e alle attività di Mediobanca. Inoltre Banca Generali è controllata al 50,17 per cento da Assicurazioni Generali. Se l’assicuratore consegnasse tutte le sue azioni, Mps supererebbe già la soglia necessaria per controllare la banca. Per questo, più del consiglio di Banca Generali, sarà decisiva la scelta di Generali.

Aspetta, Banca Generali e Generali sono la stessa cosa?
No. Come ti ho detto all’inizio, Generali è il grande gruppo assicurativo di Trieste. Banca Generali è una banca controllata da Generali e specializzata nella gestione dei patrimoni: attraverso i suoi consulenti amministra e investe il denaro affidato soprattutto da clienti benestanti. Mps vuole comprare Banca Generali perché la gestione del risparmio produce commissioni regolari e richiede meno capitale rispetto ai prestiti tradizionali. Ma per riuscirci deve convincere Generali a cedere il controllo. In cambio, Generali riceverebbe azioni Mps e diventerebbe un azionista importante del nuovo gruppo, con il quale potrebbe stipulare accordi per vendere prodotti assicurativi attraverso una rete bancaria più grande. L’intreccio è ancora più curioso perché Mps, attraverso Mediobanca, possiede attualmente circa il 13,3 per cento di Generali. Il piano prevede di distribuire agli attuali soci Mps circa il 4,5 per cento della compagnia e di conservarne approssimativamente l’8,8 per cento. Generali e Mps finirebbero quindi per possedere una partecipazione rilevante l’una nell’altra.

Quanto sarebbe grande Mps se avesse sia Banco BPM che Banca Generali?
Il gruppo risultante avrebbe circa 2.700 filiali, sarebbe il secondo in Italia per prestiti alla clientela e il terzo per dimensione del bilancio. Mps passerebbe da banca contendibile a uno dei maggiori gruppi finanziari del Paese.

Nei titoli di giornale ho letto i nomi di Caltagirone, Delfin e Del Vecchio. Che cosa c’entrano in queste trattative?
Delfin è la holding della famiglia Del Vecchio, fondata da Leonardo Del Vecchio, l’imprenditore di Luxottica morto nel 2022. Possiede il 17,5 per cento di Mps. Francesco Gaetano Caltagirone, imprenditore attivo soprattutto nelle costruzioni, nell’editoria e nella finanza, ne possiede il 10,3 per cento. Insieme hanno più di un quarto della banca e il loro voto sarà decisivo nell’assemblea del 29 ottobre, quando gli azionisti dovranno autorizzare le offerte su Banco BPM e Banca Generali. Entrambi però sono anche grandi azionisti di Assicurazioni Generali: Delfin ne possiede circa il 10,15 per cento e Caltagirone il 6,32. Sono quindi presenti contemporaneamente nei due luoghi centrali della partita: Mps, che vuole comprare Banca Generali, e Generali, che controlla Banca Generali e deve decidere se venderla. Questo non significa che Delfin e Caltagirone agiscano sempre insieme. In passato hanno condiviso alcune battaglie sulla gestione di Mediobanca e Generali, ma quest’anno si sono divisi sul futuro di Lovaglio: Delfin lo ha sostenuto, mentre Caltagirone si è schierato sul fronte opposto durante il rinnovo del consiglio Mps. 

Ok, il punto di vista di Mps l’ho capito. Perché Intesa vuole Mps?
Perché comprandola otterrebbe in un solo colpo circa sei milioni di clienti, centinaia di filiali, Mediobanca e una presenza più forte nella gestione del risparmio. Intesa è già il maggiore gruppo bancario italiano, ma una parte crescente dei suoi ricavi deriva dalla vendita di fondi, polizze e servizi di consulenza. Mps porta clienti ai quali questi prodotti potrebbero essere proposti; Mediobanca porta competenze nella consulenza alle imprese e nella gestione dei patrimoni delle persone più ricche. Attraverso Mediobanca, Intesa acquisirebbe inoltre il 13,32 per cento di Assicurazioni Generali. Intesa sostiene che l’unione produrrebbe ogni anno 2,9 miliardi di maggiori ricavi e minori costi. 

Che cosa succederebbe a Mps se l’offerta di Intesa avesse successo?
Il progetto di Intesa prevede di dividere l’attuale gruppo in due parti. Intesa conserverebbe Mediobanca, la partecipazione in Generali e circa 625 filiali del Monte. Terrebbe inoltre le attività che, secondo i suoi calcoli, producono circa l’80 per cento degli utili complessivi di Mps e Mediobanca. La seconda parte diventerebbe una banca autonoma controllata da Unipol, il grande gruppo assicurativo bolognese che è anche il maggiore azionista di BPER. Comprenderebbe circa 635 filiali, due milioni di clienti, una parte dei prestiti e dei depositi, le strutture centrali necessarie per funzionare e soprattutto il marchio Monte dei Paschi. Successivamente dovrebbe essere aggregata a BPER. Il nome Mps quindi sopravviverebbe, ma indicherebbe soltanto una parte della banca attuale: il resto entrerebbe nel gruppo Intesa. Intesa sostiene che questa soluzione permetterebbe di rispettare le regole sulla concorrenza e di mantenere sul mercato un’altra banca nazionale.

E se Intesa ottenesse il controllo del Monte prima della conclusione delle contromosse di Lovaglio?
Le offerte su Banco BPM e Banca Generali non decadrebbero automaticamente. Intesa diventerebbe l’azionista di controllo del Monte, ma per modificarne la strategia dovrebbe usare i propri voti per nominare un nuovo consiglio di amministrazione. Il nuovo consiglio non potrebbe comunque cancellare le offerte soltanto perché non le condivide: un’offerta pubblica già annunciata è un impegno vincolante e può cessare soltanto nei casi previsti dai documenti e dalla legge. Potrebbe quindi accadere che Intesa ottenga inizialmente il controllo di Mps mentre la banca senese sta ancora cercando di comprare Banco BPM e Banca Generali. Se una o entrambe le offerte di Mps si concludessero successivamente, le nuove azioni consegnate agli azionisti delle società acquistate diluirebbero la partecipazione di Intesa, che potrebbe anche perdere il controllo del gruppo allargato. L’esito dipenderebbe quindi dalla quota raccolta da Intesa, dal successo delle offerte di Mps e dall’ordine nel quale si concluderanno le diverse operazioni.

In tutto questo il governo da che parte sta?
Ufficialmente il governo non dovrebbe stare dalla parte di nessuno. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto che il Tesoro valuterà le offerte senza interferire con le operazioni di mercato. Il problema è che lo Stato non è un osservatore qualsiasi: possiede ancora il 4,86 per cento di Mps e dovrà votare sul piano di Lovaglio. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, sono più favorevoli a un Mps autonomo che al progetto Intesa. Meloni ha detto di sperare che la banca non venga «smembrata» e ha più volte mostrato interesse per la nascita di un terzo grande gruppo bancario italiano, capace di competere con Intesa e UniCredit. Salvini ha chiesto di proteggere la storia, l’autonomia e il personale di Mps, rivendicando anche il ruolo della Lega nel suo risanamento. Salvini teme inoltre che anche Banco BPM, banca importante per l’economia lombarda e del Nord Italia, possa essere divisa per rispettare le regole sulla concorrenza. 

Per i clienti delle banche che cosa cambia?
Nell’immediato, nulla. Conti correnti, mutui, depositi, carte e investimenti continuerebbero a funzionare. Né una fusione né il trasferimento dei rapporti cancellano i contratti o consentono alla banca di modificarli liberamente. Alcuni clienti potrebbero essere trasferiti a Intesa, altri alla banca controllata da Unipol e BPER, oppure confluire nel nuovo gruppo guidato da Mps. Potrebbero cambiare il nome della banca, l’applicazione, l’Iban, la filiale di riferimento e, rispettando le regole e i termini di preavviso, alcune condizioni economiche. La garanzia sui depositi non verrebbe meno: continua a proteggere fino a 100 mila euro per depositante e per banca. Chi possiede somme elevate distribuite tra istituti che successivamente si fondono dovrebbe però controllare la nuova situazione, perché il limite si calcola sulla singola banca, non sul numero dei conti.

Credo di aver capito tutto, però c’è una cosa che non mi è chiara. Sbaglio o Mediobanca aveva cercato di comprare Banca Generali. Me lo son sognato?
No, è vero. Ed è uno dei passaggi più complicati della storia perché, nel giro di un anno, i protagonisti si sono scambiati i ruoli. Nell’aprile 2025 Mediobanca, mentre cercava di difendersi dall’offerta di Mps, propose di comprare Banca Generali. Come pagamento avrebbe utilizzato la partecipazione di circa il 13 per cento che possedeva in Assicurazioni Generali. In pratica, Generali avrebbe ceduto la banca che controllava e ricevuto in cambio una parte delle proprie azioni. Mediobanca sarebbe diventata più grande nella gestione del risparmio e avrebbe smesso di essere il principale azionista dell’assicuratore, modificando anche i suoi equilibri di potere. Il 21 agosto 2025 gli azionisti di Mediobanca non approvarono il progetto. Poche settimane dopo Mps conquistò Mediobanca e, attraverso di essa, anche il 13,32 per cento di Generali. Un anno esatto più tardi i ruoli si sono rovesciati: adesso è Mps, attaccata da Intesa, a cercare di difendersi comprando Banca Generali. Questa volta il pagamento sarebbe costituito da nuove azioni Mps, non da azioni Generali. Lo schema però è simile: prima Mediobanca provò a comprare Banca Generali per difendersi da Mps; ora Mps prova a comprare Banca Generali per difendersi da Intesa.

Mi ricordo tanti anni fa che Mps era messa maluccio, come si è risanata puntando così in alto?
Grazie a tre cose: tanto denaro pubblico, una profonda ristrutturazione e una fase particolarmente favorevole per le banche. Nel 2017 Mps non riusciva più a trovare sul mercato il capitale necessario per coprire le perdite accumulate a causa dei prestiti non restituiti e di precedenti operazioni finanziarie che avevano indebolito i conti. Per evitare che la crisi della banca precipitasse, lo Stato versò 5,4 miliardi di euro e arrivò a possedere il 68 per cento del Monte. Nel 2022 investì altri 1,6 miliardi nell’aumento di capitale da 2,5 miliardi. Mps ha poi ceduto gran parte dei crediti deteriorati, cioè i prestiti che i clienti non riuscivano più a restituire, ridotto filiali e costi e finanziato l’uscita volontaria di 4.125 dipendenti. L’aumento dei tassi d’interesse e i crediti fiscali prodotti dalle vecchie perdite hanno favorito il ritorno all’utile nel 2023 e la ricostruzione del capitale. Nel 2025 Mps ha potuto così conquistare l’86,35 per cento di Mediobanca, pagandola soprattutto con proprie azioni. L’integrazione, però, non è ancora conclusa: degli attuali 2,6 miliardi di benefici annui promessi da Lovaglio, circa 800 milioni erano già attesi dall’unione con Mediobanca. Aggiungere subito Banco BPM e Banca Generali aumenterà quindi il rischio organizzativo. 

Lo Stato ha recuperato i sette miliardi versati?
Non interamente: ha incassato circa 2,7 miliardi vendendo il 52,5 per cento della banca, ha ricevuto dividendi e conserva il 4,86 per cento. Otterrebbe inoltre una parte della distribuzione straordinaria prevista dal piano di Lovaglio. Il conto definitivo si potrà fare soltanto quando il Tesoro avrà venduto tutte le azioni: per ora il valore recuperato resta inferiore al capitale investito. Il salvataggio serviva a evitare il fallimento della banca e le sue conseguenze sull’economia.

Perché ne stanno parlando tutti?
Perché, per quanto possa sembrare una faccenda riservata agli addetti ai lavori, il futuro delle banche riguarda milioni di italiani. Chi riesce a districarsi tra sigle e percentuali vuole capire come cambierà il sistema che concede mutui alle famiglie e finanzia le imprese. Una banca più grande può investire di più nella tecnologia e sopportare meglio una crisi; la concentrazione, però, riduce il numero delle alternative a disposizione dei clienti. Le fusioni hanno conseguenze immediate anche per chi lavora negli istituti coinvolti: quando due reti si sovrappongono, alcune filiali chiudono, gli uffici centrali vengono accorpati e una parte dei dipendenti finisce nei piani di uscita. C’è poi il rapporto con i territori. A Siena per Mps e a Verona per Banco BPM, la banca ha avuto per decenni un peso che supera la normale attività creditizia: è diventata parte della storia e dell’identità della città.

Anche solo evocare il Monte dei Paschi stuzzica la fantasia del lettore per le ragioni più disparate. La banca nacque a Siena nel 1472 ed è considerata la più antica al mondo ancora in attività. La società quotata di oggi ha poco in comune con l’istituzione fondata cinque secoli fa; ma il nome conserva un peso enorme. Per generazioni Mps è stato il centro di un sistema nel quale economia locale, sport e politica si tenevano strette.

Negli ultimi anni le notizie sulla banca sono state sempre più positive. Mps, arrivata vicino al dissesto e salvata dallo Stato, è tornata a produrre utili e ha conquistato Mediobanca, una delle vecchie mammasantissime della finanza italiana. Per decenni la banca milanese fu il cuore del cosiddetto “salotto buono”: la rete di banche, assicurazioni e famiglie imprenditoriali che, attraverso accordi e partecipazioni incrociate, manteneva stabile il controllo delle maggiori aziende. Mediobanca ebbe un ruolo nelle vicende di Olivetti, Montedison, Fiat e Pirelli; fu a lungo il principale azionista di Generali e partecipò agli accordi che governavano Rcs, la società editrice del Corriere della Sera. Il potere finanziario arrivava così a incrociare direttamente la proprietà dei giornali.

Quel sistema si è indebolito e Mediobanca non possiede più l’influenza mitologica dell’epoca di Enrico Cuccia. La sua conquista conserva comunque una forza simbolica enorme: la banca salvata con il denaro pubblico ha assorbito l’istituzione che per decenni aveva contribuito a scegliere i protagonisti del capitalismo italiano. Insieme a Mediobanca, Mps ha ottenuto anche il 13,32 per cento di Generali. Uno dei centri del potere economico nazionale è finito nelle mani di quella che sembrava destinata a scomparire  fino a pochi anni fa.

La vicenda Mps è materiale prelibato per i lettori dei giornali economici perché coinvolge parecchi i protagonisti della finanza italiana e si presta a essere raccontata come una lotta per il potere. Ha anche una trama controintuitiva, quasi da puntata di Succession: chi sembrava una preda diventa compratore, chi possiede una società compare anche tra gli azionisti dell’altra e basta che un grande socio cambi schieramento perché si sposti l’intero equilibrio. Banche, assicurazioni, famiglie imprenditoriali e governo si muovono dentro una rete di partecipazioni nella quale ogni operazione produce conseguenze su tutte le altre.

Raccontare bene questo groviglio richiede fatica. I giornali generalisti troppo spesso si rifugiano nella lingua dei comunicati dei consigli di amministrazione: sinergie, concambi, premi e coefficienti patrimoniali, geroglifici finanziari che descrivono le operazioni senza spiegare perché dovrebbero interessare qualcuno. Anche “risiko bancario”, formula plasticosa che siamo costretti a sorbirci da mesi, riduce tutto a qualche pedina spostata su una mappa. Facciamola semplice: chi vincerà questa battaglia avrà accesso a milioni di clienti, controllerà reti di filiali e consulenti e potrà orientare una quota maggiore del risparmio degli italiani, decidendo quali fondi, polizze e servizi finanziari proporre loro.

Il mondo dell’informazione racconta questa vicenda da una posizione particolarmente delicata, perché alcuni dei protagonisti della battaglia finanziaria possiedono anche giornali. Francesco Gaetano Caltagirone è uno dei maggiori azionisti di Mps e Generali e controlla il gruppo editoriale che pubblica Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino e Leggo.

Anche la famiglia Del Vecchio compare sui due tavoli. Delfin, la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio, è il primo azionista di Mps e possiede circa il 10 per cento di Generali. Uno degli eredi, Leonardo Maria Del Vecchio, ha costruito separatamente un proprio polo editoriale attraverso Lmdv Capital: possiede il 30 per cento del Giornale e la maggioranza del gruppo che pubblica QN, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino.

I giornalisti si muovono quindi come in un negozio di cristalleria: devono spiegare interessi, alleanze e conflitti che possono riguardare anche i proprietari dei giornali per cui lavorano. È una ragione in più per osservare con attenzione il linguaggio usato dalle diverse testate, ciò che viene messo in evidenza e ciò che rimane sullo sfondo.

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