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Q8
Politica

Molti annunci e qualche comma

Maurizio Assalto su Linkiesta critica la premier Giorgia Meloni per i suoi annunci. Ci è ricascata. Cioè ci siamo ricascati. Insomma, ci ha di nuovo provato, a farci ricascare. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni – che ci perdonerà se scriviamo la non il presidente, in ossequio alla grammatica e alla natura – prima annuncia con rullo di tamburi, davanti a una giovanile folla osannante, un dirompente provvedimento che farà piazza pulita del grande male che affligge in questi giorni la scuola italiana, poi, in sede di elaborazione del decreto-legge, il provvedimento viene sommessamente ridimensionato, depotenziato, lardellato di deroghe ed esenzioni. Anche perché nel frattempo si scopre che il male non era poi così quantitativamente grande e oltretutto era disponibile già da tempo una terapia.

Non è una gaffe, o lo è solo in parte: è una precisa strategia comunicativa, resa più urgente dall’agitarsi del babau Vannacci. Vediamola all’opera. Domenica 20 settembre, dalla festa dei giovani del suo partito, la premier lancia lo slogan politico-emotivo-identitario, per galvanizzare i Fratellini (e, di rimbalzo, l’elettorato tutto): «Non esiste che in una classe italiana i bambini italiani siano la minoranza». E dunque: tetto al numero di studenti stranieri per classe, che in un primo momento era stato indicato al 30 per cento, e divieto di burqa e niqab, che nessuno ha mai visto nelle scuole italiche ma vabbè. 

Quattro giorni dopo, il 24 settembre, il Consiglio dei ministri vara tra le polemiche le «Misure urgenti per garantire per il regolare avvio dell’anno scolastico 2026-2027», che è già avviato da alcune settimane ma ri-vabbè. Nel testo il riferimento al velo integrale è svaporato in un generico divieto di «partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto o con modalità che impediscano il riconoscimento, salvo ragioni sanitarie debitamente documentate o motivi di sicurezza»: formulazione aperta a ogni possibilità interpretativa – ipoteticamente includente un trucco pesante per il Martedì Grasso – e comunque ricalcata sulle norme per la sicurezza già previste dall’ordinamento italiano. Il tetto del 30 per cento è rimasto (per la verità esisteva dal 2010, circolare dell’allora ministra Gelmini largamente disattesa, ma o non lo conoscevano o hanno fatto finta di non conoscerlo per concedersi l’opportunità di strombazzarlo), però con la precisazione che non si applica a tutti gli studenti stranieri, ma esclusivamente a quelli che non hanno un’adeguata conoscenza della nostra lingua. La differenza che ne risulta, secondo le cifre citate dallo stesso ministro Valditara, è fondamentale: considerando che due terzi dei 930 mila studenti stranieri sono nati in Italia e parlano correntemente l’italiano, il numero delle classi interessate che superano il tetto scende da 34 mila (circa 7,6 per cento del totale) a meno di mille (0,5-0,6 per cento). 

E dunque, much ado about nothing, per dirla con William Shakespeare: molto rumore non proprio per nulla ma quasi – per molto poco. O, per dirla con il lessico automobilistico, start & stop. Ma quello che conta è il rumore. Ma quello che conta è lo start, specie se accompagnato da rombo e sgommata. L’effetto propagandistico è capitalizzato.

Nulla di nuovo. Il 16 settembre, appena una settimana prima, Giorgia Meloni annuncia trionfalmente la decisione di cancellare «in modo strutturale una delle tasse più odiate dagli italiani», ossia il bollo auto. Quando il testo del relativo decreto-legge (162/2026) viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, si scopre che l’odiosa tassa non è stata cancellata ma soltanto sospesa per l’anno 2027 per le auto fino a 80 kW. Ancora qualche giorno e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sotto l’incalzare della stampa e dell’opposizione, ci mette la pezza (che, come ognun sa, di solito è peggio del buco): veniamo così a sapere che l’abolizione è temporaneamente temporanea, per ragioni tecniche di bilancio, ma tranquilli, dall’anno prossimo diventerà strutturale. Insomma, prima strutturale, poi non più, poi forse, chissà, fidatevi (tanto tra un anno le elezioni ci saranno state, e chi ha avuto ha avuto). Un esempio da manuale di rimodulazione comunicativa.

Altri esempi? Il Decreto antirave. Varato a ottobre 2022 dal governo Meloni appena insediato, comminava la reclusione da 3 a 6 anni per chiunque organizzasse o partecipasse a raduni con più di 50 persone da cui potesse derivare un pericolo per l’ordine pubblico; per sfuggire al sospetto di incostituzionalità, nella conversione in legge è stato specificato che il reato scatta solo se l’occupazione di terreni o edifici avviene «arbitrariamente» e se vi è una concreta violazione delle norme sulla sicurezza e l’igiene.

Il blocco navale antimmigrati. Anche questo tra i primi annunci del nuovo governo, sbandierava l’azzeramento degli ingressi irregolari; alla luce dei trattati europei e della forte richiesta di manodopera da parte delle imprese, i Decreti flussi che sono seguiti hanno legalizzato e pianificato l’ingresso di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri regolari per il triennio successivo. 

Il Decreto Caivano. Contro il fenomeno delle baby-gang, inizialmente (settembre 2023) prospettava la possibilità di Daspo urbano e di arresto per i minori a partire dai 12 anni; nella stesura finale la soglia minima per l’imputabilità è rimasta ferma a 14 anni, e sono stati introdotti percorsi di riabilitazione attraverso il lavoro socialmente utile.

La tassa sugli extraprofitti delle banche. Annunciata a sorpresa nell’agosto ’23, e subito accolta da vasto consenso popolare, prevedeva un prelievo straordinario del 40 per cento; in sede di conversione in legge, agli istituti di credito è stata concessa la possibilità di sottrarsi al balzello purché disposti (e perché non dovrebbero?) a destinare una cifra equivalente a riserva patrimoniale non distribuibile. Risultato: quanto ha incassato lo Stato?

I tagli alle pensioni di medici e dipendenti pubblici. Inseriti nella Manovra per il 2024 con una severa sforbiciata alle aliquote, di fronte alle proteste degli interessati sono stati azzerati per le pensioni di vecchiaia e progressivamente ridotti per i medici disposti a restare al lavoro più a lungo.

La lista potrebbe proseguire, ma finiamola qui per non annoiare. È la politica degli annunci, bellezza. Una strategia ben rodata e instancabilmente oliata che passa attraverso tre fasi invariabili: dapprima, appunto, l’annuncio, che serve a lanciare un messaggio ideologico univoco e a sollecitare l’adesione identitaria; quindi il cosiddetto test ballooning, una più o meno breve fase intermedia in cui l’idea viene fatta circolare per sondare le reazioni di opinione pubblica, mercati e attori sociali vari; infine il varo della legge, opportunamente ridimensionata se non del tutto svuotata, addossandone la colpa ai vincoli finanziari, all’ostruzionismo delle opposizioni, alla rigidità della Costituzione, all’Europa, a tutto fuorché al governo, che coraggiosamente ci aveva provato. Spiegazioni in genere poco comprensibili ai più, e per questo destinate a svanire presto dalla mente. Resta l’effetto dell’annuncio.

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