Mircea Lucescu, così se ne va una leggenda del calcio
Stefano Sacchi su La Stampa dedica un articolo a Mircea Lucescu, scomparso a 80 anni.
Ha allenato in cinque Paesi, imparato sei lingue, guidato due Nazionali, vinto 37 trofei e insegnato ovunque calcio. Mircea Luscescu è stato uno degli allenatori che ha cambiato di più il calcio negli ultimi 30 anni, privilegiando sempre la tecnica e il gioco offensivo. Lo ha fatto sempre in contesti lontani dalle capitali dell’impero del pallone. Ha dovuto sfidare anche le guerre allenando in condizioni estreme, per questo diventando ancora più un mito.
Ha conquistato i suoi trofei soprattutto sulla panchina dello Shakhtar Donetsk, dove è rimasto 12 anni, trasformando la squadra dei minatori arancio-neri in uno dei laboratori più interessanti d’Europa. Mircea scopriva brasiliani di talento ancora sconosciuti ai grandi club, li esaltava nel suo collettivo brillante e li rivendeva alle squadre più importanti d’Europa. Tra questi: Willian e Fernandinho, due dei cinque brasiliani in campo nella finale di Europa League vinta nel 2009 contro il Weder Brema, dopo una storica semifinale con la Dinamo Kiev. Senza dimenticare Douglas Costa, arrivato l’anno dopo quel trionfo. Nella ricerca di questi talenti verdeoro lo aiutava il figlio Razvan, a sua volta allenatore.
Ha ribaltato le storiche gerarchie del calcio ucraino, portando lo Shakhtar Donetsk più in alto della Dinamo Kiev. Era alla guida dello Shakhtar nel 2014 quando la Russia attaccò il Donbass costringendo la squadra a migrare verso altre città perché Donetsk era diventato un teatro di guerra e anche lo stadio era stato gravemente danneggiato. Ed era al timone della Dinamo Kiev nel 2022 quando la Russia invase il resto del Paese. Ha resistito andando al di là del calcio, anche se tra l’inizio di questi due conflitti ha accettato un’offerta dalla Russia: lo Zenit San Pietroburgo nella stagione 2016-17. Ha allenato sotto le bombe, con gli allarmi che costringevano a interrompere sedute e partite a Donetsk e Kiev, in mezzo a stadi deserti. Nel luglio 2022 si rifiutò di andare in conferenza stampa a Istanbul al termine del preliminare tra Fenerbahce e Dinamo Kiev perché i tifosi di casa avevano intonato assurdi cori a favore di Putin.
È stato tra gli allenatori più vincenti di sempre insieme a Ferguson e Guardiola. Il catalano racconta che Lucescu è stato uno dei suoi ispiratori anche se a Brescia non si sono incrociati, ma hanno curiosamente abitato nella stessa casa. «Pep ha preso ispirazione da quelle pareti», scherzava Lucescu. Brescia è stata la sua seconda squadra italiana dopo Pisa, dove era stato portato da quell’infallibile talent scout di calciatori e allenatori che era Romeo Anconetani. Anche Corioni era rimasto stregato dal gioco di Lucescu, ma venne preceduto dal proprietario del Pisa. Il Brescia aspettò un anno per averlo in panchina. Poi toccò alla Reggiana e nella stagione 1998-99 per pochi mesi all’Inter dove Lucescu allenò Ronaldo e uscì ai quarti di Champions League col Manchester United dopo un ritorno a San Siro ricco di occasioni per una potenziale rimonta.
L’Italia è stato l’unico Paese dell’Europa occidentale dove ha disegnato il suo calcio. Affabulatore, colto, cosmopolita e poliglotta (parlava inglese, portoghese, spagnolo, italiano, francese e russo oltre al romeno), è stato un allenatore che sapeva affascinare al di là del campo. Ma ha anche lasciato tantissimo sul prato. E soprattutto ha saputo scommettere sui talenti. Su tutti, restando all’Italia, Andrea Pirlo a Brescia. Illuminante la risposta data a Luzardi arrabbiato perché il 16enne Pirlo venne schierato in una partita del torneo anglo-italiano e causò il gol del pareggio perdendo un pallone: «In poco tempo sarà il centrocampista più bravo del mondo ma dobbiamo aiutarlo a diventare grande. E bisogna anche permettergli di sbagliare», disse Lucescu, come ha raccontato in un’intervista a Brescia Oggi. Una frase da scolpire che vale più di tante analisi teoriche nei giorni dell’ennesimo dibattito sui motivi della terza eliminazione di fila dell’Italia dai Mondiali.
In Romania agli esordi spingeva i suoi calciatori ad andare a teatro e frequentare corsi universitari per avere orizzonti più ampi. Aveva già avuto un infarto nel 2009. Ed era malato anche pochi giorni fa, ma ha voluto entrare nel mito dell’eroismo sportivo lasciando l’ospedale per andare comunque nello spogliatoio a guidare la Romania da Ct al playoff contro la Turchia: «Non posso abbandonare la squadra», aveva detto prima di essere colpito dall’attacco cardiaco fatale. Così se ne vanno le leggende.





