Lovaglio risponde a tutti e ne ha per tutti: “Il Monte ha un progetto che unisce e non divide”
Lo avevano dato per sconfitto nell’ultima assemblea che doveva eleggere il nuovo cda del Monte dei Paschi. Ma era riuscito a ribaltare il pronostico, convincendo una parte dei grandi azionisti e il mercato che sotto la sua guida la banca avrebbe avuto un percorso migliore. Ora, stretto all’angolo da Banca Intesa e Unipol, l’ad Luigi Lovaglio vuole giocarsela di nuovo fino in fondo. Lo scrive La Repubblica che intervista il manager.
Lei è abituato a sorprendere il mercato, e anche in questo caso ha annunciato un’operazione inedita attraverso una doppia Ops su Banco Bpm e Banca Generali e punta a creare un nuovo campione nazionale nel settore finanziario. Perché gli azionisti di Mps dovrebbero scegliere la sua proposta e non aderire all’offerta di Banca Intesa?
«Perché il nostro progetto è diverso e ha una forte visione industriale. Intesa divide Mps, trasferisce le reti, i clienti e le relazioni, il nostro ne preserva l’integrità e fa del Monte il baricentro di un gruppo di matrice italiana, più competitivo e con una più forte capacità di erogare il credito, più forte nel risparmio gestito, nell’assicurazione e nella consulenza strategica. Più vicino all’economia reale con i centri decisionali radicati nei territori. E soprattutto garantiamo pluralità e concorrenza. Agli azionisti offriamo valore oggi e domani, con una distribuzione straordinaria di circa 4 miliardi tra cassa e azioni Generali, una remunerazione elevata e sostenibile nel tempo e la possibilità di partecipare alla crescita futura che ci sarà».
La vostra operazione, questa doppia Ops, è giudicata da alcuni analisti di difficile esecuzione. Cosa risponde?
«Non è affatto così, è articolata ma assolutamente gestibile. Va vista innanzitutto come una fusione tra due banche tradizionali, Mps e Banco Bpm, complementari da un punto di vista geografico e commerciale. Con Banca Generali acceleriamo lo sviluppo di un grande polo di wealth management, con un manager universalmente stimato come Mossa e semplifichiamo la struttura del Gruppo. Se qualcuno confonde questi percorsi, vuole amplificare la complessità. Farle insieme, significa rendere visibile la forza dell’architettura complessiva del nuovo gruppo. Di fatto l’operazione è un convenzionale merger tra due banche complementari a cui agganciamo un facilitatore di sviluppo che è la piattaforma Banca Generali. Mediobanca, invece, ha la sua road map autonoma».
Carlo Cimbri, l’amministratore delegato di Unipol, che si è offerto di comprare da Intesa il marchio e metà sportelli di Mps, ha definito il suo progetto “creativo” e volto a difendere lo “status quo”. Come risponde?
«La difesa tende a preservare lo status quo, questo progetto invece aumenta la scala del gruppo, diversifica le fonti di ricavo e amplia le opportunità di crescita. Lo dicono i numeri: avrà 11 milioni di clienti, oltre 800 miliardi di attività finanziarie, circa 250 miliardi di crediti alla clientela, con una creazione di valore a doppia cifra. Mi sembra fare industria, ma se costruire un gruppo più forte è “creatività” allora accetto il complimento».
Con voi, Bpm e Banca Generali potrebbe nascere il secondo polo bancario per impieghi alla clientela e rete di sportelli, sfilando questo ruolo alla Bper e a Unipol subordinatamente all’operazione di Intesa. Che ruolo avrà nel Paese e quale sarà la diversità dal modello dell’Offerta concorrente?
«Vogliamo essere un motore della crescita italiana con più credito alle imprese, più supporto alle famiglie e trasformare il risparmio in investimenti produttivi per un maggior sostegno all’economia reale. Sarà un gruppo finanziario integrato, competitivo anche in Europa, ma profondamente vicino ai territori. Mps e Bpm condividono una filosofia comune al credito, comprovata dalla positiva dinamica delle quote di mercato degli impieghi. Peraltro, se guardiamo il periodo successivo all’integrazione di UBI, Intesa ha registrato una riduzione delle quote di mercato nell’attività degli impieghi. Dare più scelta significa creare un sistema più forte. Non frammentiamo una banca per redistribuirne attività, clienti e dipendenti».
Uno dei punti critici è il concambio con Banco Bpm che non offre un premio agli azionisti del Banco. E il mercato al momento sembra prudente se si guarda all’andamento dei titoli coinvolti. Ci sono margini per migliorare l’offerta o il mercato non ha capito qualcosa?
«Banco Bpm aveva prospettato a inizio giugno una combinazione tra pari, definendo il progetto con un forte razionale strategico e industriale. In quell’occasione si parlava di governance equilibrata, complementarità, crescita dell’utile per azione e significativa creazione di valore per gli azionisti. Continuiamo a condividere quella visione. Ci siamo mossi con la logica del merger of equals, in linea con le valutazioni del mercato e i titoli sono rimasti legati al concambio proposto. L’Ops rappresenta uno strumento tecnico di mercato per perseguire quegli stessi obiettivi. Anche per tenere la logica di una combinazione tra pari abbiamo previsto la distribuzione straordinaria di 4 miliardi. Il tema del premio, quindi, va letto nel giusto contesto: gli azionisti del Banco entreranno in una piattaforma bancaria più ampia e diversificata che genera utili di qualità superiore, con una crescita significativa del dividendo per azione, partecipando alle sinergie e a oltre 30 miliardi di distribuzioni complessive al 2030. E l’operazione è chiaramente accrescitiva anche per gli azionisti di Banca Generali».
La vostra offerta, se avrà successo, manterrà intatto il perimetro di Banco Bpm o si assisterà a uno spezzatino?
«Nessuno spezzatino. Il nostro è un progetto che unisce, non divide. Siamo complementari per clientela, territori e competenze. Bpm più al Nord, Mps più al Centro e Sud, uniamo queste capacità per costruire un gruppo più forte, non per smontarne uno esistente. Le aziende del territorio hanno bisogno di non vedere diminuita l’erogazione di credito, e noi possiamo offrire la certezza che non accadrà con la nostra operazione».
Generali, dalle prime reazioni, sembra intenzionata a seguirvi e accettare vostre azioni in cambio di Banca Generali. Ma se diventasse vostra azionista con circa il 6% e voi rimarreste loro azionisti col 9%, chi di voi dovrebbe scendere sotto il 3% per via della norma che vieta partecipazioni incrociate?
«Direi nessuno dei due. La questione è stata affrontata ex ante e abbiamo acquisito uno specifico parere legale. Generali riceverebbe le azioni nell’ambito di una offerta di scambio, non comprandole sul mercato. E secondo il parere ricevuto, in questo caso non ci sarebbe l’obbligo di scendere sotto il 3%».
Non c’è qualche rischio per il risparmiatore italiano, quali vantaggi avrà Generali e che farete con Axa?
«Nessun rischio. Siamo consapevoli della rilevanza di Generali e la guardiamo con grande responsabilità. Intanto abbiamo accolto con favore che il loro cda abbia manifestato la disponibilità di valutare la nostra proposta e le possibili opportunità di partnership industriale valorizzando la capacità distributiva di Mps, che oggi è una delle più performanti piattaforme commerciali del mercato italiano. Il progetto su Banca Generali è un primo passo verso lo sviluppo di collaborazioni industriali con il Gruppo Generali, attraverso una maggiore distribuzione di servizi assicurativi e di wealth management sulle nostre reti e l’offerta di prodotti e servizi bancari alla loro base di clienti che è molto vasta. L’accordo con Axa scade il prossimo anno, e ogni decisione verrà presa al momento e nelle sedi opportune».
Voi siete sotto passivity rule. Vi servono i due terzi in assemblea per far passare le vostre offerte. Se Intesa si è messa in moto, conta forse di avere dalla sua parte alcuni grandi azionisti. Che rapporto avete oggi con il gruppo Caltagirone che possiede il 10,2% di Mps?
«È una questione di progetto industriale e di creazione di valore. Le nostre due operazioni hanno un chiaro razionale strategico e l’obiettivo di creare un gruppo più forte con economics molto attrattivi. Se un progetto combina crescita, redditività e solidità patrimoniale mi aspetto che il mercato partecipi. Il nostro piano inoltre preserva l’integrità di Mps, rafforza la concorrenza nel sistema bancario e mantiene vicinanza a famiglie, imprese e territorio. Penso che gli azionisti, inclusi quelli più rilevanti, decideranno nell’ottica di creazione di valore e utilità per il Paese».
Nell’assemblea che l’ha rimessa in sella a Mps e le ha permesso di sconfiggere la lista del cda, sono stati determinanti i voti di Delfin che è al 17,5% di Mps. Avete avuto rassicurazioni anche questa volta?
«Non abbiamo avuto contatti preventivi sulla nostra iniziativa con alcun azionista, e quindi nemmeno con Delfin».
Un ruolo importante e forse decisivo in assemblea lo avranno anche i grandi fondi, come Blackrock, Vanguard, Norges e Amundi che hanno più soldi investiti su Intesa che in Mps. Questa situazione potrebbe far pendere la bilancia per Intesa?
«Non credo che i grandi investitori votino per peso. Valuteranno il rendimento, la sostenibilità del progetto e il track record di risultati raggiunti. E dal 2022, dall’aumento di capitale, il valore del titolo è cresciuto di oltre il 1500%, abbiamo distribuito dividendi significativi e realizzato uno dei migliori total shareholder return del settore bancario europeo. Sono risultati che gli investitori sanno valutare».
Come pensate di convincere il Crédit Agricole, socio di riferimento della banca milanese col 29,9%, ad aderire all’offerta di scambio e a rinunciare al controllo per entrare nel gruppo Mps dove gli azionisti italiani potrebbero essere in maggioranza? C’è la possibilità di offrire loro qualche asset e liquidarli come avvenne con Intesa qualche anno fa?
«Crédit Agricole è un grande gruppo che conosciamo e rispettiamo, la nostra proposta offre la possibilità di partecipare a un’istituzione più forte e di maggior valore, sviluppando anche opportunità di collaborazione industriale, logiche per loro molto comprensibili. Vedremo».
La presidente del consiglio Giorgia Meloni si è espressa dicendo che non vuole che Mps venga “smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità” e vuole un sistema bancario “solido e concorrenziale”. Nella scalata a Mediobanca, la politica ha svolto una importante azione di moral suasion sui grandi azionisti di Piazzetta Cuccia. Che peso hanno oggi queste parole?
«Sono parole importanti perché riconoscono il valore dell’integrità del Monte, del suo nome e del ruolo nel Paese. È un riconoscimento significativo del lavoro delle colleghe e dei colleghi che hanno reso possibile la rinascita. Mps non è solo una banca, è un’istituzione nazionale che tiene insieme storia, territorio e futuro. Il sistema bancario serve bene un Paese quando garantisce credito a famiglie e imprese, concorrenza e risparmi impiegati per l’economia reale. E nell’ultimo anno i nostri finanziamenti sono cresciuti del 4,6% rispetto allo 0,5% del settore».
Il Mef è ancora un vostro socio rilevante con il 4,8%. E appena è apparsa l’offerta di Intesa, ha affermato la cessione della quota. Giorgetti parla di mercato e neutralità, ma su Unicredit e Banco Bpm si è schierato in modo diverso azionando il golden power. Vede la possibilità di un intervento anche in questo caso?
«Ho letto e rispetto la posizione di neutralità del ministro e considero positivo che le preoccupazioni delle autorità locali abbiano trovato ascolto. Vogliamo creare un progetto di valore per i clienti, le persone del gruppo e il sistema Paese. Il giudizio spetterà al mercato e agli azionisti».
Banca Intesa ha fatto un esposto in Consob in cui vi accusa tra l’altro di aver convocato tardi l’assemblea (il prossimo 29 ottobre) per sbloccare la passivity rule. Cosa risponde?
«Operiamo sempre nel pieno rispetto delle regole e della passivity rule che tutela anzitutto gli azionisti. L’anno scorso, ricordo, i vertici di Mediobanca annunciarono l’Ops ad aprile e l’assemblea si tenne a fine agosto. Consob farà le proprie valutazioni con la consueta indipendenza, noi ci concentriamo sulla valenza industriale della nostra proposta».





