Lo scultore senese Giovanni Duprè tra accademia e realismo
Luciano Luciani.
A un secolo e mezzo di distanza la critica, forse in maniera eccessivamente severa, giudica come “gelidamente descrittivi” i lavori artistici dello scultore Giovanni Dupré (Siena, 1817 – Firenze, 1882).
Considerato nella seconda metà dell’Ottocento come il continuatore del Canova, Dupré aveva appreso i rudimenti del mestiere di scultore dapprima alla scuola del padre, un modesto intagliatore in legno, poi era stato allievo dell’Accademia di Siena. Nel 1840 un suo Giudizio di Paride era risultato inaspettatamente vincitore al premio triennale bandito dall’Accademia fiorentina di Belle Arti ed erano cominciate ad arrivare le prime commissioni: per esempio, la realizzazione di quattro cariatidi in gesso per il palco reale nel teatro Rossini di Livorno.
Non aveva neppure venticinque anni il Dupré quando modellò un Abele moribondo che lo rese subito famoso per lo scandalo suscitato dal suo realismo. Non mancarono, infatti, i critici che lo accusarono di aver realizzato un calco dal vero: in marmo di Carrara, la statua fu acquistata dallo zar di Russia, mentre la copia in bronzo si trova oggi presso la Galleria d’Arte Moderna di Firenze. Questa vicenda tornò comunque utile al Dupré perché gli garantì la stima e la protezione di Lorenzo Bartolini (Savignano, Prato, 1777 – Firenze, 1850), uno tra i più importanti e ammirati scultori italiani del tempo, che in gioventù, tra il 1799 e il 1808, aveva frequentato a Parigi lo studio di David (Parigi, 1748 – Bruxelles, 1825) ed era stato sodale di Ingres (Montauban, 1780 – Parigi, 1867).
Ancora oggi la critica sembra apprezzare quei primi lavori giovanili, mettendone in evidenza “i distesi profili” e il “delicato e e attento modellato”, mentre meno comprensivo risulta il giudizio intorno a un suo Caino (1846/1851), eseguito poco dopo e considerato “freddo”, nonostante la sua espressiva tragicità
In questa prima fase dell’attività del Dupré possiamo comprendere tutta la sua produzione, anche quella successiva, che oscillò sempre tra la tradizione accademica e il naturalismo che si andava affermando nella sensibilità del periodo, accostandosi all’una o all’altro e offrendo comunque in ogni caso prove di un’altissima perizia tecnica.
Tra le sue opere sono da ricordare:
– una Giotto (1844) nel loggiato degli Uffizi a Firenze per il quale produsse anche un mesto Sant’Antonino;
– il Trionfo della Croce (1861) nella lunetta del portale centrale della facciata della basilica di Santa Croce a Firenze;
– la Pietà eseguita nel 1867 nella Cappella Bichi Ruspoli nel Cimitero della Misericordia di Siena, improntata a un tenero patetismo che commosse il poeta di scuola romantica Aleardo Aleardi, che, per questo lavoro, parlò di “forma antica e sentimento moderno, anima cristiana e scalpello greco”:
un monumento a Cavour (1878), considerato “macchinoso” dalla critica;
-una Saffo abbandonata che si trova presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma, dimostrazione della volontà dello scultore senese di volere e sapere perseguire anche soggetti classici ispirati a ideali di bellezza pagana;
– un San Francesco visibile nel Duomo di Assisi.
Al Dupré dobbiamo anche una mossa “storia di vita” intitolata Pensieri sull’arte e ricordi autobiografici, scritta in una vivacissima lingua toscana ricca di notazioni e memorie interessanti per la ricostruzione dell’ambiente artistico della seconda metà dell’Ottocento.





