L’Italia in mano alle baby gang, 539 arresti in 44 province e sequestrati chili di droga e armi
Ariel Piccini Warschauer.
L’istantanea scattata dall’ultima, massiccia operazione ad “alto impatto” della Polizia di Stato in 44 province italiane non è solo un bilancio di cronaca nera. È il bollettino di una guerra a bassa intensità che si consuma ogni sera nelle nostre città, sotto le finestre di cittadini esasperati e nelle piazze della movida trasformate in territori di conquista. Il bilancio parla da sé: 539 persone arrestate, 954 denunciate, un arsenale di armi da taglio e da fuoco sequestrato, insieme a un fiume di droga pronto a devastare il cervello di una generazione.
I numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della verità. L’altra parte, quella più inquietante, riguarda la mutazione genetica della criminalità giovanile in Italia. Le cosiddette “baby gang” non sono più un fenomeno transitorio di bullismo da strada o di vandalismo annoiato. Oggi ci troviamo di fronte a vere e proprie organizzazioni capillarmente diffuse, che mutuano i codici identitari e subculturali delle gang sudamericane o dei ghetti delle banlieue francesi, amplificati dalla cassa di risonanza dei social network. TikTok e Instagram come vetrine del crimine, dove esibire armi, contanti e spavalderia per guadagnare “rispetto” e territorio.
A spaventare è soprattutto la ferocia gratuita. Si spara, si accoltella, si rapina per un paio di scarpe firmate o per uno sguardo di troppo. E i dati sui sequestri di stupefacenti confermano che dietro a questa violenza c’è un motore economico spaventoso: oltre 660 chili di cannabinoidi, 41 chili di cocaina, ma anche droghe sintetiche devastanti come la ketamina e lo shaboo, e pastiglie di ossicodone. Sostanze che alimentano il delirio di onnipotenza di giovani pronti a tutto.
Resta poi aperta la ferita, politica e sociale, legata alla composizione di queste bande. Sebbene il bollettino ufficiale non fornisca percentuali blindate sulla nazionalità degli arrestati – dividendo il dato tra 492 maggiorenni e 47 minori finiti in manette –, un dettaglio investigativo non è passato inosservato. Tra gli oltre 1.100 immobili controllati dalle forze dell’ordine, i riflettori si sono accesi anche su 24 strutture di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Un dato che conferma quanto la gestione dell’immigrazione clandestina e i falliti modelli di integrazione giochino un ruolo chiave nell’alimentare la manovalanza delle periferie degradate.
Nelle pieghe di questa maxi-operazione si legge il fallimento di quella cultura del permissivismo che per anni ha liquidato il problema come “disagio giovanile”. Quando i minorenni girano con i tirapugni in tasca e i chili di droga negli zaini, non si tratta più di disagio, ma di criminalità pura. La risposta dello Stato, questa volta, è stata dura e coordinata. Ma la bonifica delle nostre città non può fermarsi a un pur lodevole blitz: per strappare le strade all’anarchia delle bande serve tolleranza zero e la consapevolezza che la sicurezza non è un optional, ma il primo diritto dei cittadini.





