L’Iran nel tunnel della paura e il dissenso interno spera nell’attacco Usa
Ariel Piccini Warschauer.
Non è più solo il rumore dei caccia F-22 che solcano i cieli del Golfo a scuotere Teheran. È un silenzio nuovo, denso, quello che si respira tra i banchi del bazar e nei corridoi delle università. Mentre i quaranta giorni di lutto per le ultime vittime della repressione volgono al termine, l’Iran si scopre un Paese sospeso tra l’abisso di un conflitto imminente e il desiderio quasi disperato di una rottura definitiva.
La voce del dissenso estremo
Le testimonianze raccolte nelle ultime ore dai canali internazionali (N12) dipingono un quadro psicologico senza precedenti. Per una parte della popolazione, la paura di una guerra con gli Stati Uniti è stata superata da un’altra forma di terrore: quella di un’agonia senza fine sotto il regime. «Siamo sul filo del rasoio», racconta un giovane di Mashhad, citando un sentimento comune a molti coetanei. «Non chiediamo la guerra, ma chiediamo la fine di questo incubo. Se l’intervento americano è l’unico modo per far cadere i Guardiani della Rivoluzione, allora che accada».
È un paradosso tragico: invocare il “fuoco amico” esterno per risolvere una paralisi interna che dura da decenni. Ma dopo le ondate di proteste soffocate sistematicamente nel sangue, la fiducia in una rivoluzione “dal basso” sembra aver ceduto il passo a un pragmatismo brutale.
Il fattore Trump e lo stallo di Ginevra
A Washington, il Presidente Trump valuta il «Midnight Hammer», l’operazione che potrebbe colpire non solo i siti nucleari – ormai fortificati con scudi di cemento e tunnel profondi, come mostrano i satelliti di Planet Labs – ma l’intera infrastruttura del potere securitario. Nonostante i timidi segnali di progresso nei colloqui di Ginevra tra Jared Kushner e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, le distanze restano siderali. Teheran accetta di parlare solo di uranio; la Casa Bianca pretende lo smantellamento dei missili e delle milizie regionali.
Il rischio del calcolo errato
Il regime, dal canto suo, non resta a guardare. La Guida Suprema Khamenei ha già evocato la “guerra regionale”, avvertendo che i confini dell’Iran non saranno il limite del conflitto. Il dispiegamento delle batterie missilistiche e i NOTAM (avvisi ai naviganti) per test missilistici nel sud del Paese indicano che la Repubblica Islamica è pronta alla “resistenza totale”.
Per i civili iraniani, la posta in gioco è la vita stessa. Se da un lato c’è chi spera nel «colpo chirurgico» che abbatta il sistema, dall’altro resta il terrore che un conflitto prolungato trasformi l’Iran in una nuova tabula rasa mediorientale. In questo clima di vigilia, la domanda che corre nei messaggi criptati di Telegram non è più se accadrà, ma quando.





