Le possibili giravolte elettorali di Conte
Giuseppe Conte potrebbe scoprire che perdere le primarie è meno pericoloso che non farle, scrive Aldo Torchiaro sul Riformista. Perché se le perde, cambia campo, butta la maglia e porta via il pallone. Giocando, pardon, correndo alle elezioni in solitaria. Il suo accordo sottobanco per correre alle primarie – che i maligni indicano sia stato sottoscritto con qualche pezzo grosso del Pd – non prevede di perdere. Conte ha trascorso il week-end a rintuzzare i centristi e a minacciare (politicamente) Matteo Renzi, ripetendo che con Italia Viva il rischio di perdere è forte. «Su Matteo Renzi ci servono garanzie politiche, chiediamo contromisure rispetto a chiunque possa ‘scartare’ mettendo in difficoltà un nostro governo, altrimenti noi Cinque Stelle non ci staremo», ha scandito a chiare lettere ospite di Luca Sommi, sabato sera in tv.
Il presidente del Movimento 5 Stelle è davanti a un bivio: partecipare alla competizione per la leadership del centrosinistra oppure accettare che qualcun altro decida il nome del candidato premier. La seconda ipotesi, per uno che ha costruito buona parte della propria identità politica sulla centralità personale, avrebbe il sapore di una retrocessione. E Conte non è esattamente un uomo incline a farsi mettere in panchina senza discutere. Formalmente ha assicurato che, in caso di sconfitta alle primarie, sosterrà il vincitore. Ha anche detto che i suoi non tradiranno il progetto progressista. Ma tra una dichiarazione di responsabilità e il comportamento di una comunità politica ferita c’è di mezzo la realtà. Il caso americano, in questo senso, è istruttivo. Si chiama Haley Stevens, è una deputata democratica del Michigan e ha appena offerto un esempio piuttosto clamoroso di come si possa trasformare un’esclusione in una rappresaglia. Dopo aver perso le primarie ha deciso di sostenere il repubblicano Mike Rogers contro il candidato democratico al Senato Abdul El-Sayed. Una scelta che ha mandato su tutte le furie i vertici democratici, già alle prese con una campagna elettorale complicata. Stevens aveva promesso di sostenere il candidato del suo partito. Poi, sentendosi esclusa e umiliata, ha cambiato idea. Non una semplice astensione, dunque, ma un endorsement al campo avversario.
Conte, naturalmente, non è Haley Stevens. E il contesto italiano è diverso. Ma la tentazione di trasformare una mancata investitura in un’occasione per far pesare il proprio consenso non è estranea alla politica nostrana. Anzi, il cambio di casacca e il riposizionamento tattico sono diventati quasi una specialità nazionale. Conte si è presentato a Palazzo Chigi, nel 2018, su invito di Matteo Salvini e Luigi Di Maio, al quale era stato presentato da Alfonso Bonafede, assicurando di essere un tecnico equidistante dai due partiti. Poco dopo prendeva la tessera del 5Stelle, due anni dopo assumeva la leadership del partito. Indimenticabile il Conte che tiene a braccetto il leader leghista, controfirmando i Decreti Sicurezza. E che incontra Steve Bannon a Roma, poi Trump, infine Putin.
È ancora il presidente del Consiglio più amico dei “patrioti”, quando in un fine settimana di agosto, alle Camere riunite, accusa Salvini di voler far cadere il governo, provvedendo a staccare la spina per primo. In poche ore, sigla l’accordo con Articolo 1 e Pd, vincendo la palma del “governo più a sinistra della seconda Repubblica” e assicurandosi il blasone di “fulgido campione del progressismo”, per nomina di Nicola Zingaretti. Il curriculum è di tutto rispetto. Se però tutte le sue strategie sono volte a riaprirgli la strada di Palazzo Chigi, è pressocché certo che, arrivando secondo alle primarie, deciderà di vanificarle, candidandosi al di fuori delle coalizioni, come Movimento Cinque Stelle – Conte premier. I sondaggi dicono che ha i numeri per farlo, le intenzioni di voto lasciano intuire che gli converrebbe. Rimarrebbe poi da vedere cosa rimarrebbe, del Campo largo ridotto a un grande Pd più una subalterna Avs, circondati da una decina di liste quasi unipersonali.





