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Le bombe sotto casa di Ranucci, i sospetti e le finte, il rapporto con Lavitola

Ariel Piccini Warschauer.

Si stringe il cerchio attorno alle trame oscure che collegano Valter Lavitola e la trasmissione

d’inchiesta Report, in un intreccio che mescola minacce, servizi segreti e il sospetto, sollevato dalle ultime tesi della

magistratura, di una vera e propria messinscena. Il recente blitz delle forze dell’ordine è scattato per sventare una

potenziale fuga di Lavitola: l’ipotesi degli inquirenti, infatti, era che l’ex braccio destro di Silvio Berlusconi fosse in

procinto di lasciare l’Italia dopo il fallito attentato dello scorso 16 ottobre ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci.

Nonostante la gravità delle accuse, tra cui quella pesantissima di strage aggravata dal metodo mafioso, Lavitola

resta attualmente a piede libero, sebbene l’indagine si stia allargando rapidamente.

Il nucleo centrale dell’inchiesta ruota attorno alla figura enigmatica di Clesio Tavares, l’uomo chiave di origini

camerunensi e braccio destro di Lavitola. La perquisizione effettuata

dai Carabinieri ha però permesso di sequestrare materiale scottante, ora al vaglio degli analisti informatici, volto a

ricostruire i contatti tra il camerunense e la rete dei presunti esecutori materiali dell’intimidazione, tra cui spiccano

soggetti legati alla criminalità organizzata campana. Lavitola si difende negando ogni coinvolgimento, affermando

che Tavares operasse in autonomia per affari legati al settore del carbone e dei crediti commerciali tra l’Europa e

l’Africa, ma gli investigatori sono convinti del contrario: l’uomo rappresenta l’anello di congiunzione fondamentale.

I BUCHI NERI DEL RAPPORTO RANUCCI-LAVITOLA

La vicenda assume contorni ancora più ambigui se analizzata dal punto di vista dei rapporti pregressi tra

Sigfrido Ranucci e lo stesso Lavitola. Come emerso dalle recenti indagini della Procura di Roma, la relazione tra i

due non si configurava come un classico rapporto giornalista-fonte, bensì come una complessa liaison d’interessi.

Ranucci ha più volte ribadito la legittimità professionale dei suoi contatti, affermando: «Non rinnego l’amicizia con

Lavitola, ci sentivamo anche prima dell’interrogatorio». Tuttavia, le critiche si moltiplicano, in particolare dal

mondo giornalistico e politico, dove molti sottolineano i “troppi buchi neri” di una narrazione che fa acqua da più

parti. Al momento, l’unico leader politico a prendere apertamente le difese del conduttore di Report è Giuseppe

Conte, mentre altre voci denunciano un vero e proprio “linciaggio” mediatico incrociato.1″Capire come questa relazione sia compatibile con l’ordigno del 16 ottobre è il punto centrale: per i magistrati,

non sarà facile districare i passaggi non chiari che iniziano già tre giorni prima, quando emerge il ruolo di

Lavitola come mandante della bomba, per poi riapparire in una fitta rete di scambi e messaggi.”

UN ORDIGNO PER COSTRUIRE UN MITO

L’aspetto più inquietante dell’intera vicenda proviene però dall’analisi delle intenzioni dietro l’atto

criminoso. I magistrati sembrano orientati verso una tesi clamorosa: la bomba piazzata davanti alla casa di Ranucci

non aveva l’obiettivo reale di uccidere o ferire il giornalista, bensì quello di creare, attraverso una minaccia

artificiale, un vero e proprio “mito dell’antimafia”. Un’operazione di marketing politico-mediatico volta a blindare

la trasmissione e il suo conduttore dietro lo scudo impenetrabile della persecuzione mafiosa.

Il 30 giugno scorso, il Gip di Roma ha escluso formalmente l’accusa di strage contestata dalla Direzione

Distrettuale Antimafia (Dda), declassando l’evento e avallando l’idea che la bomba fosse solo un “guscio vuoto” o

comunque un’azione dimostrativa a bassa intensità. Lavitola avrebbe orchestrato l’intimidazione proprio per offrire

a Ranucci l’opportunità di ergersi a martire, accrescendo il proprio potere contrattuale e la propria influenza

all’interno dei palinsesti Rai e del dibattito pubblico nazionale. Con questa mossa, l’inchiesta si sposta

inevitabilmente dal piano puramente criminale a quello dei complotti politici, lasciando aperti profondi

interrogativi su chi siano i reali burattinai di questa torbida pagina della cronaca italiana.

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