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L’atto di accusa di Ilana: “Io la prova vivente degli stupri di Hamas ma per l’Onu le donne ebree non contano”

Ariel Piccini Warschauer.

Ci sono momenti in cui il silenzio dei politici e dei burocrati diventa più assordante delle bombe, trasformandosi in una complicità ideologica che nessuna risoluzione diplomatica può giustificare. Quel momento si è consumato nelle stanze delle Nazioni Unite, dove Ilana Gritzewsky, ex ostaggio israeliana strappata alla sua vita il 7 ottobre e sopravvissuta all’inferno dei terroristi di Hamas e all’inferno dei tunnel di Gaza, ha guardato negli occhi chi avrebbe dovuto difenderla e ha pronunciato un atto d’accusa che rimarrà nella storia di questa istituzione.

Destinataria del duro j’accuse è Reem Alsalem, Relatrice speciale dell’Onu sulla violenza contro le donne. Una funzionaria il cui mandato istituzionale dovrebbe essere la tutela universale delle donne, ma il cui raggio d’azione — a giudicare dai fatti — sembra arrestarsi di fronte ai confini di Israele e all’identità delle vittime ebree.

“Il 7 ottobre, e durante la prigionia, le donne ebree sono state stuprate, abusate e umiliate. E lei, Relatrice speciale Alsalem, ha scelto il silenzio e la negazione”. Le parole di Ilana hanno squarciato l’aula, portando la carne viva del trauma laddove si preferisce lo schermo protettivo delle statistiche e dei formalismi del politicamente corretto meglio se in salsa propal.

Il racconto di Ilana è una discesa nel fango e nel sangue di quella mattina di ottobre, quando i terroristi di Hamas hanno assaltato il suo kibbutz: “Sono stata picchiata e mutilata prima di perdere i sensi. Mi sono svegliata seminuda, con sette terroristi sopra di me, senza sapere cosa mi fosse accaduto mentre non ero cosciente. Sono tornata con l’anca fratturata, la mandibola fratturata e l’anima in frantumi”. Una testimonianza che non ammette repliche, che demolisce mesi di equilibrismi diplomatici e di “distinguo” volti a minimizzare la sistematicità della violenza sessuale utilizzata da Hamas come arma di guerra.

La risposta di Reem Alsalem? Uno sguardo severo, un’imperturbabilità di facciata che nascondeva un fastidio quasi palpabile. Nessuna parola di conforto, nessuna parziale ammissione di colpa, nessun accenno di scusa o un minimo di empatia femminile. Solo il silenzio di chi si vede costretto a confrontarsi con la realtà che ha cercato di negare nei propri rapporti ufficiali.

“Signora Alsalem, lei ha dichiarato che non c’erano prove di violenza sessuale il 7 ottobre. Io sono qui oggi – non come un report, non come una statistica. Sono una donna che è sopravvissuta. Sono la prova vivente della violenza sessuale perpetrata in modo sistematico da Hamas”, ha incalzato Ilana, inchiodando la funzionaria alle sue stesse dichiarazioni passate.

L’intervento dell’ex ostaggio ha toccato anche il dramma del “dopo”, quel ritorno alla libertà che per i sopravvissuti è spesso un concetto puramente formale. “La libertà non è un interruttore. Il trauma non svanisce una volta rilasciati”, ha spiegato Ilana, raccontando come ogni sirena d’allarme o ogni razzo intercettato la riportino istantaneamente in quella cella sotterranea.

Il caso Gritzewsky-Alsalem solleva per l’ennesima volta la questione del doppio standard che sembra dominare i palazzi di vetro dell’Onu quando si tratta di Israele. La domanda finale di Ilana — “Quando io e altre donne israeliane abbiamo implorato di non essere stuprate, voi dove eravate e perché pur sapendo la verità lei è rimasta in silenzio? La prego, mi guardi. Ci crede ora? Si scuserà?” — è rimasta sospesa nel vuoto di un’aula muta. Una domanda che non esige solo una risposta burocratica, ma un sussulto di dignità che l’Onu, ancora una volta, ha dimostrato di non saper offrire.

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