Blog - Stefano Bisi
SfogliAmo.eu
Fondato da Stefano Bisi
Politica

L’amarezza di Marco Carrai diventato bersaglio di minacce e offese

Screenshot

C’è molta amarezza nelle parole che Marco Carrai, presidente della Fondazione Meyer, pronuncia nella sede della Regione Toscana seduto accanto al governatore Eugenio Giani e al neodirettore generale “dell’ospedalino” Paolo Morello. Amareggiato perché negli ultimi due anni è stato bersagliato da offese e minacce per il ruolo di console onorario di Israele, nonostante il “buon lavoro svolto per il bene del Meyer” come sottolineato da Giani. Un incarico che Carrai lascerà appena sarà nominato il nuovo presidente, che potrebbe essere Luigi Salvadori, ex presidente della Fondazione Crfi.

Ecco di seguito quello che ha detto Carrai alla conferenza stampa.

Tre anni fa accettai questo incarico per mettere a disposizione della Fondazione le mie relazioni e il mio impegno con un unico obiettivo: contribuire ad aumentare le risorse destinate all’ospedale, alla ricerca e alla cura dei bambini. Il mio legame con il Meyer viene da lontano; da bambino vi sono stato ricoverato più volte e per lunghi periodi. Anche per questo ho vissuto la Presidenza della Fondazione non come una nomina istituzionale, ma come un modo molto umano e semplice per restituire qualcosa ad un’istituzione alla quale devo molto.

E i risultati di questo mio impegno sono nei numeri: dai 12 milioni del 2023 ai quasi 17 milioni che si prospettano in questo 2026, con una crescita del 40% di donatori.

Eppure sono stato brutalmente attaccato non perché abbia commesso irregolarità, non perché abbia svolto male il mio lavoro, ma perché sono, da quasi sette anni, Console onorario di Israele. Questo incarico è stato indicato come incompatibile con i principi di pace della Toscana e dell’ospedale, quasi che io stesso, Marco Carrai, fossi portatore di guerra, di male e di morte. E da allora, soprattutto da allora, sono minacciato ed insultato, la mia immagine è stata riprodotta su manifesti e volantini accostandomi ad un criminale di guerra nonostante non abbia potere né responsabilità di alcuna azione politica o militare e delle quali non sono per ovvi motivi né promotore né portavoce!

Tutto questo nonostante l’organismo di vigilanza del Meyer più volte sollecitato non abbia trovato nulla di incompatibile tra le mie due cariche. 

Semmai, sono stato promotore di un progetto nato insieme a padre Ibrahim Faltas  – rappresentante della Custodia di Terra Santa presso lo Stato di Palestina – e alla Direzione Generale (ringrazio di cuore Paolo Morello per il sostegno incessante che mi ha dato) dell’accoglienza al Meyer dei piccoli pazienti provenienti da Gaza. Esempio poi seguito da altri ospedali pediatrici italiani. E semmai, fu proprio il sottoscritto a trovare il fondo dove poter far pregare la comunità islamica fiorentina quando anni fa ebbe lo sfratto da Piazza dei Ciompi.

E sempre il sottoscritto ha aiutato a far arrivare aiuti alimentari e non solo a Gaza sia per le misericordie che per unicoop (ringrazio la presidente Mori e il dottor Vanni per il loro incrollabile sostegno).

Ricordo che al Meyer è apposta una targa in ricordo di Sergio Levi eminente pediatra che fu allontanato dal Meyer durante il fascino e andò a curare i piccoli ebrei in segreto.

Ritornò dopo la guerra e contribuì alla neuropsichiatria infantile a livelli altissimi.

Ricordo infine che Meyer era un ebreo di origine russa. Lui ha fondato il Meyer. 

La storia non si cancella.

Ho sempre affermato di essere un fiero sostenitore del popolo ebraico, della sua cultura, della sua religione soprattutto alla luce dell’immane sofferenza causatagli dalla tragedia della Shoah. Una sofferenza che merita rispetto e silenzio laddove le parole sono inopportune o inadeguate. Mia moglie Francesca ha organizzato noti incontri interreligiosi che ha dovuto poi interrompere perché il clima di tensione creatosi intorno al mio ruolo ne ha reso difficile e pericolosa l’organizzazione.

Respingo con fermezza tutto questo.

Si può criticare Israele, il suo Governo e qualunque scelta politica. Anche io l’ho fatto. Non accetto però che un incarico onorario venga trasformato in una colpa personale e che si tenti di delegittimare ciò che ho fatto e ciò che sono venendo sottoposto alla sporcizia della lotta politica, al chiacchiericcio dei suoi modesti attori, mossi per lo più da semplificazioni, da slogan che accarezzano le onde del consenso e da ormai note e arcinote campagne di delegittimazione.

Ho accettato la richiesta del Governatore Giani di rimanere in carica fino alla nomina del mio successore, così da garantire continuità alla Fondazione, ma ritengo che non sia più possibile proseguire in questo clima di tensione non dignitoso per la mia persona e per la mia famiglia che con me sostiene questa causa stando in silenzio. Esiste un limite oltre il quale non si va. Un limite oltre il quale la politica cessa di essere confronto e diventa altro. Quel limite, nei miei confronti è stato superato e adesso basta.

Ora più di sempre sto dalla parte del popolo ebraico e sarò sempre fedele alle mie convinzioni come ai miei principi cristiani, ed ancor prima ebraici, di pace e di giustizia.

Ringrazio chi fino ad oggi si è mostrato solidale, a chi mi ha voluto sin dall’inizio come il compianto amico Gianpaolo Donzelli mio predecessore, il direttore Paolo Morello, tutto lo staff della Fondazione. Fatemi ringraziare anche il dottor Federico Gelli che domani si insedierà con nuovo dg perché ancora prima di esserci mi ha fatto presente la sua vicinanza e amicizia. 

Ringrazio infine e, soprattutto, i medici, gli infermieri, i ricercatori e tutti coloro che lavorano ogni giorno al Meyer. Ho ritrovato una famiglia che lasciò in me l’imprinting della mia formazione umana. 

Mi hanno permesso di sentirmi parte di un sogno.

Ringrazio il Presidente Giani per essere qui oggi. Di aversi messo la faccia. 

Lascerò il mio incarico al Meyer con amarezza per tutte le polemiche e le accuse gratuite che ho ricevuto io e la mia famiglia,  ma anche con la serenità di sapere quanto abbiamo costruito in questi anni.

Al mio successore, che non mancherò di aiutare in tutto ciò che potrà essergli utile, auguro soprattutto di custodire una consapevolezza: il Meyer è infinitamente più grande delle singole persone, delle appartenenze e delle polemiche.

Il Meyer appartiene ai bambini, alle loro famiglie, ai medici, agli infermieri, ai ricercatori e a tutti coloro che ogni giorno combattono perché una malattia possa essere sconfitta e una vita possa ricominciare.

Ed è uno dei patrimoni più preziosi di Firenze e della Toscana.

Lascerò a breve  la Presidenza, ma non lascerò il Meyer.

Perché alcune istituzioni si possono servire per un periodo della propria vita.

Altre diventano parte della propria vita.

Per me il Meyer è, e resterà, una di queste.

Ed è qui che la cronaca lascia spazio a una riflessione più grande.

C’è un limite alla politica. E c’è un limite anche all’ambizione politica.

L’ambizione è legittima. È forse perfino necessaria per chi sceglie la politica come mestiere: aspirare a un ruolo, cercare consenso, combattere per conquistarlo. Ma esiste un punto oltre il quale l’avversario smette di essere un avversario e diventa un bersaglio.

Quel punto non dovrebbe mai essere oltrepassato.

Perché le parole pronunciate da chi ha responsabilità pubbliche non vivono nel vuoto. Producono conseguenze. Creano un clima. Indicano persone. E quando una persona viene ripetutamente esposta non per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta o per le relazioni che ha, il confine tra la legittima battaglia politica e l’accanimento diventa pericolosamente sottile.

Questo è ancora più vero quando intorno a quella persona cominciano a comparire odio, intimidazioni, minacce. Quando la violenza verbale esce dalla politica ed entra nella vita di un uomo, nella sua casa, nella sua famiglia.

Non significa attribuire a chi conduce una battaglia politica la responsabilità delle azioni di chi minaccia. Significa però ricordare una responsabilità diversa, che la politica non può fingere di non avere: quella delle parole che sceglie, dei bersagli che costruisce e del clima che contribuisce ad alimentare.

Non per avere contestato Marco.. Non per avere opinioni radicalmente diverse. Tutto questo appartiene alla politica e alla libertà di ciascuno.

Il limite è un altro.

È continuare a indicare un uomo come problema politico, trasformando il suo essere console onorario d’Israele in una sorta di responsabilità personale per le decisioni del governo Netanyahu. È reiterare quella identificazione quando intorno a quell’uomo il livello dell’ostilità ha ormai superato da tempo quello di una normale controversia politica.

Dietro un ruolo pubblico continua ad esserci una persona.

E dietro quella persona c’è una famiglia.

La politica dovrebbe ricordarselo soprattutto quando lo scontro diventa più feroce. Perché esiste sempre una parola che si può scegliere di non pronunciare, un’accusa che si può evitare di esasperare, un passo che si può decidere di non compiere.

Non tutto ciò che porta consenso è giusto. Non tutto ciò che è politicamente utile è moralmente lecito.

E nessuna ambizione, per quanto grande, autorizza a dimenticare questa distinzione.

Per questo, dopo aver messo in fila date, dichiarazioni e fatti, la mia conclusione è semplice.

C’è un limite alla politica. C’è un limite all’ambizione. C’è un limite oltre il quale l’avversario non può diventare il nemico.

Quel limite serve a proteggere la politica stessa dalla sua degenerazione.

Nel caso dei miei contestatori politici , quel limite è stato oltrepassato.

Finisco con un ringraziamento personale. 

Alla mia famiglia e a mia moglie in particolare che è sempre accanto a me nella gioia e nel dolore nel successo e nella malattia. Che con me ha patito forti e fieri di essere dalla parte giusta. 

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti

Altre notizie da GLI SPIFFERI

Tutte →