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Politica

L’abolizione del bollo è un provvedimento demagogico dettato da una logica elettorale

traffic jam in Hamburg

Carlo Galli su La Repubblica scrive che l’abolizione della tassa di possesso dell’automobile annunciata da Giorgia Meloni sia un provvedimento demagogico, dettato non da una logica economica o da una necessità strutturale, ma dal timore di un arretramento elettorale. La scelta contraddice inoltre la posizione assunta dalla stessa presidente del Consiglio quando una proposta analoga proveniva dall’opposizione. Galli la collega alle difficoltà della maggioranza, fra il crollo della Lega, la stasi di Forza Italia e l’avanzata di Vannacci, e la inserisce in una tendenza più generale, testimoniata anche dalle promesse di benefici economici agli elettori avanzate da Trump negli Stati Uniti. Galli vede però nel provvedimento il sintomo di una fragilità più profonda della politica contemporanea, fondata sulla «democrazia dell’affidamento» e sul rapporto plebiscitario fra capo e popolo. La disintermediazione ha indebolito partiti, corpi intermedi, culture politiche e partecipazione, sostituendoli con una relazione verticale alimentata dai media, dalla personalità del leader e dal marketing. In una società individualizzata e frammentata, il consenso diventa così volatile: può essere conquistato attraverso promesse mirate, ma può rapidamente dissolversi quando l’azione di governo delude. Di fronte al rischio della sconfitta, la politica tende allora a privilegiare provvedimenti immediati e popolari anziché affrontare i problemi strutturali del Paese. Galli osserva che non è comunque certo che simili strumenti siano ancora efficaci. Le elargizioni possono risultare irrilevanti, apparire come ammissioni tardive dell’inefficienza del governo o essere percepite come «mancette». Il richiamo al clientelismo di Achille Lauro mette in luce, pur nelle diverse condizioni storiche, le affinità di un rapporto con i cittadini fondato sul beneficio immediato. Galli conclude che, indipendentemente dal successo elettorale della misura, questa logica finisce per concepire la democrazia come un «clientelismo di massa» e le elezioni come un’asta pubblica delle emozioni e delle tassazioni.

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