La stabilità di un governo è un valore solo se finalizzata a realizzare riforme e costruire il futuro del Paese
Romano Prodi sul Messaggero scrive che la stabilità di un governo rappresenti un valore solo se è finalizzata a realizzare riforme e a costruire il futuro del Paese, non se diventa un obiettivo in sé. Ricorda che la durata dell’intera legislatura è sempre stata considerata una caratteristica essenziale delle democrazie perché consente ai governi di affrontare i costi iniziali delle riforme e di produrne i benefici nel medio periodo. Oggi, invece, osserva, la continuità dell’esecutivo tende a essere perseguita indipendentemente dalla capacità di assumere decisioni e di attuare il programma di governo. Secondo Prodi, questa trasformazione riguarda gran parte delle democrazie europee, dove la crescente frammentazione politica rende sempre più frequenti governi di coalizione composti da forze eterogenee. La necessità di mantenere un equilibrio tra partiti con interessi e obiettivi diversi porta spesso a lunghi negoziati che si traducono in compromessi minimi o, più frequentemente, nella rinuncia a decidere. Prodi cita come esempio il ritiro della proposta di riforma dei medici di famiglia, interpretandolo come il risultato di un accordo raggiunto non su una soluzione condivisa, ma sull’abbandono della riforma. Prodi riconosce che il governo Meloni è riuscito finora a preservare gli equilibri della coalizione, anche evitando che i singoli partiti pagassero un costo elettorale per la permanenza al governo. Ritiene però che l’ascesa politica di Roberto Vannacci introduca un elemento di instabilità, modificando i rapporti di forza all’interno della maggioranza e aumentando la sua eterogeneità. Richiamando anche l’esperienza del precedente governo tedesco, conclude che la vera sfida sarà verificare fino a che punto la coalizione riuscirà a mantenere la propria coesione, soprattutto in vista di una legge elettorale pensata proprio per favorire la continuità dell’attuale maggioranza.





