La sinistra televisiva lo adora e la destra lo teme, il fenomeno Vannacci non si ferma e si diffonde nelle periferie d’Italia
Sul Quotidiano Nazionale, David Allegranti scrive sul fenomeno Roberto Vannacci. La sinistra editorial-televisiva lo adora, perché toglie voti a Giorgia Meloni, quindi lo ospita volentieri facendo parecchia fatica a contrastarne gli argomenti (citofonare Lilli Gruber). La destra lo teme perché continua a crescere nei sondaggi, settimana dopo settimana, come certifica Nando Pagnoncelli con il suo vannacciometro. Dunque non si può non fare i conti con il Generale in Pensione Roberto Vannacci, nato come invenzione politico-letteraria di Repubblica e poi esploso grazie all’agibilità concessa da Matteo Salvini, che adesso si ritrova con un feroce concorrente da fronteggiare, persino nelle mitologiche periferie, dove si è passati dal duello fra sinistra e destra a quello fra destra e destra.
Il capo della Lega ha appena inaugurato a Firenze la sede toscana del suo partito, qualche settimana dopo l’inaugurazione della prima sede fiorentina di Futuro Nazionale e la recente “passeggiata identitaria” di Gip Vannacci sulla sicurezza. Entrambe le sedi sono in quartieri popolari; la Lega in via Pistoiese, tra Le Piagge e Brozzi, Fn a Rifredi. “Noi partiamo dalle periferie, dalle case popolari, dalle persone che fanno fatica. Quindi non sarà una sede solo per leghisti ma sarà un punto di ascolto, di confronto e di crescita per tutti i cittadini”, ha detto il capo della Lega iniziando a vedere la targa del taxi con cui Vannacci è partito da Viareggio per raggiungere Bruxelles a spese del Carroccio (e dei contribuenti). L’allarme antifascismo risuona forte quando si parla di Vannacci, d’altronde anche lui non ha nascosto certe simpatie, con tutta quella paccottiglia sulla Decima MAS fatta per attirare i delusi della destra che speravano nella riedizione di un altro Ventennio per mano di Giorgia Meloni. E vabbè. Con Vannacci però bisogna farci i conti, perché appartiene a una tradizione nota, specie in Italia, quella dell’antipolitica.
D’altronde, ha spiegato il politologo Marco Tarchi a La Nazione, nelle settimane scorse, il destinatario del pamphlet che lo ha reso celebre (sempre insieme a Repubblica versione talent scout, beninteso), “è il classico uomo qualunque, tendenzialmente antipolitico, con tutte le sue insoddisfazioni, fobie, insofferenze, nostalgie e voglie di reazione contro il modo in cui vanno le cose e i dogmi del politicamente corretto. Il problema è che Vannacci insiste molto sul suo essere di destra (e si capisce perché), termine che ai populisti non dice più niente”. Vannacci insiste sull’essere di destra perché è da lì che arrivano i voti, come spiega Pagnoncelli nel suo vannacciometro, che ha dato conto anche di un’altra non sorprendente interpretazione dei flussi di voto per Fn: “Per quel che riguarda la condizione economica, la maggiore attrattività si ritrova nelle condizioni basse e medio/basse, che insieme compongono oltre il 50% dell’elettorato attuale di Futuro nazionale, mentre il 34% è composto da elettori di condizione media. Le aree economiche medie e deboli sono anche quelle che segnalano una maggiore crescita negli ultimi mesi. Per quel che riguarda la condizione professionale, il massimo di appeal lo troviamo tra i disoccupati e gli operai”.
Vannacci va studiato avalutativamente; il suo consenso non sorprende, visto che appartiene a una lunga schiera di populisti che vogliono restituire piena sovranità all’elettore che si sente escluso. Non c’è molta differenza fra il Generale in Pensione e chiunque in questi anni abbia fatto campagna elettorale cercando di rimettere al centro il peso specifico del singolo elettore che si trova tagliato fuori dal mercato elettorale.
L’appello al popolo scartato, emarginato, funziona sempre nonostante i tentativi – anche falliti – di questi anni. Dal M5S alla Lega di Salvini. I populisti hanno fortuna elettorale, negli Stati Uniti con Donald Trump e il movimento MAGA e in Germania con AfD, perché restituiscono fiducia all’illusione che il singolo elettore conti qualcosa, nonostante tutto: nonostante la marginalizzazione della classe media, la nascita di nuove linee di frattura interne al centro (politico, culturale, geografico), diventato periferia a sua volta, la globalizzazione che decentra il potere.
Negli Stati Uniti ci sono i check and balance, come la Corte Suprema, che sembrano resistere agli assalti a Capitol Hill, da noi resiste l’adagio sulla rivoluzione impossibile: non possiamo farla perché ci conosciamo tutti. Fino al prossimo Vannacci (magari, stavolta, uno della Gen Z).





