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Cultura

La scuola tra scienza e moda: se la pedagogia diventa un pedagogismo burocratico

woman in the bookstore selecting books

Marcella Matelli.

Se oggi entrassimo in un’aula scolastica ci troveremmo immersi in un universo linguistico e metodologico radicalmente trasformato rispetto al passato. Tra capovolgimenti didattici (flippedclassroom), compiti di realtà, cooperative learning, metodologie STEM, debate e l’ingresso dirompente dell’intelligenza artificiale, la scuola non è mai stata così ricca di stimoli. Ma questa incessante proliferazione di novità rappresenta una vera evoluzione scientifica o rischia di rivelarsi una serie di mode passeggere?

Esiste un confine sottile, ma decisivo, che separa la pedagogia dai pedagogismi. La pedagogia è una scienza viva: osserva, sperimenta, evolve e guida lo sviluppo umano adattandosi ai tempi. Il “pedagogismo”, al contrario, ne è la deriva ideologica o burocratica. È l’adozione acritica di formule preconfezionate, slogan e acronimi che spesso hanno l’unico effetto di allontanare l’insegnante dalla realtà pulsante e complessa della classe. L’obiettivo non è demolire l’innovazione, tutt’altro; la sfida odierna consiste nel comprendere come salvare il cuore dell’educazione – l’apprendimento e la relazione umana – distinguendo il reale progresso dalla pura apparenza.

È innegabile che la ricerca pedagogica degli ultimi decenni abbia scardinato il vecchio modello trasmissivo, mnemonico e autoritario, portando enormi benefici nel sistema scolastico. I successi della cosiddetta scuola moderna si poggiano su tre pilastri fondamentali: la centralità dello studente promossa dai grandi maestri del Novecento, per cui l’azione didattica ha ratificato che l’alunno non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere. In effetti una didattica attiva permette oggi ai ragazzi di non subire la lezione, ma di essere co-costruttori del proprio sapere. Si tratta poi di promuovere l’inclusione e la personalizzazione dei percorsi, accogliendo le istanze che provengono,  ad esempio,  dai casi certificati  BES o DSA. Queste non sono semplici etichette bensì rappresentano bussole scientifiche che permettono di leggere la pluralità delle menti, valorizzare gli stili di apprendimento differenti e garantire che nessuno venga lasciato indietro. Un ulteriore passo è stato quello di ampliare la sfera valutativa includendo il raggiungimento di obiettivi propri delle competenze trasversali.

La valutazione, oggi, non si limita più alla sola memoria a breve termine visto che, grazie alle nuove metodologie,  allena il pensiero critico, l’intelligenza emotiva e la capacità di lavorare in gruppo. Si tratta di strumenti imprescindibili per formare cittadini capaci di abitare una società complessa, fluida e interconnessa. Le criticità più severe emergono quando la teoria si stacca dalla pratica quotidiana e si trasforma in pedagogismo. Questa frattura genera distorsioni che pesano quotidianamente sulle spalle di docenti e studenti. La prima grande criticità è l’iper-burocratizzazione. Ai docenti viene richiesto un carico sempre maggiore di progettazioni standardizzate, schemi rigidi e griglie infinite. Il rischio concreto è che l’atto educativo si riduca a un mero adempimento formale: se la carta è a posto, la scuola è a posto. Ma l’educazione avviene nelle relazioni e negli sguardi, non nei faldoni ministeriali.

A questo si aggiunge l’inseguimento compulsivo delle mode didattiche. Si assiste a una continua introduzione di “metodologie miracolose” che spingono ad abbandonare pratiche tradizionali ancora efficaci – come la lettura profonda, la scrittura manuale o la spiegazione dialogata – solo per rincorrere l’ultimo trend tecnologico, generando forte disorientamento. La deriva forse più pericolosa del pedagogismo radicale è però la svalutazione delle conoscenze, giustificata dal falso mito che “tanto tutto si trova su Google”. La realtà è che senza contenuti non si sviluppano competenze. Non è possibile strutturare un debate o esercitare il pensiero critico se prima non si possiedono i dati storici, scientifici o letterari su cui riflettere.  Infine, questo sistema finisce per produrre la solitudine del docente. Il proliferare di teorie astratte colpevolizza l’insegnante: se un progetto fallisce, la colpa viene attribuita alla mancata o errata applicazione della metodologia di turno. In questo modo si ignorano deliberatamente le reali condizioni strutturali in cui la scuola opera, dalle classi pollaio alla carenza cronica di risorse e tempo per la progettazione reale. La scuola si trova oggi a un bivio: non può arroccarsi in un passato nostalgico, ma non può nemmeno farsi travolgere da un attivismo vuoto e privo di direzione. La soluzione risiede nel ritorno a una pedagogia dell’essenziale, che rimetta al centro della missione educativa l’equilibrio e il buon senso. Questo cambio di rotta richiede stabilità metodologica, per innovare con validazione scientifica a lungo termine anziché a colpi di scossoni ministeriali. Richiede, inoltre, di ricordare che se le competenze sono le ali, le conoscenze sono le radici: senza radici non si vola. Soprattutto, richiede di rimettere al centro la relazione umana, perché nessuna piattaforma digitale o acronimo burocratico potrà mai sostituire l’intuizione di un insegnante che coglie il momento di difficoltà di un adolescente. Il pedagogista e filosofo John Dewey scriveva che “l’educazione non è preparazione alla vita, ma è la vita stessa”. Liberare la scuola dai pedagogismi geometrici e astratti significa restituirle la bellezza della pedagogia reale. Solo in questo modo l’aula cesserà di essere un laboratorio di sperimentazioni perenni per tornare a essere un luogo di crescita autentica.

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