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La giravolta trumpiana sui dazi tra revoche, rilanci e accordi siglati e cancellati

Il Presidente Trump ci ha abituato alle sue stravaganze, che ormai non impattano più sull’andamento dell’economia. Le ultime riguardano la (impossibile) ricandidatura per le elezioni presidenziali nel 2028, che ha poi auto-bollato come uno scherzo, e la minaccia all’Iran di un attacco missilistico come non lo avevano visto prima. Salvo accorgersi che i missili Patriot scarseggiano e ripiegare sul riavvio dei negoziati con gli iraniani. Lo scrive Riccardo Illy su InPiù. Sul tema dazi, dopo varie giravolte farcite da dazi strabilianti, revoche, rilanci, accordi siglati e cancellati è arrivata la sentenza della Corte Suprema, che (come avevamo allora ipotizzato) ha annullato tutto per carenza di poteri in capo al Presidente. È seguito un provvedimento tampone con dazi unificati al 10% per tutti i paesi, di durata massima di 150 giorni. Alla scadenza, la settimana scorsa, a seguito di un lavoro giuridicamente più serio e approfondito sono stati imposti dazi fra il 10% (aliquota minima) e il 12,5% (aliquota massima per i paesi con insufficienti misure contro il lavoro forzato) in base alla Sezione 301 del Trade Act del 1974. Sono 471 i beni esenti (fra i quali petrolio, gas e fertilizzanti) e vi è la possibilità di inasprimenti per pratiche commerciali scorrette e barriere discriminatorie.
 
Le misure appena introdotte furono già adottate dal Presidente Biden contro la Cina e si ritiene che, anche in caso di impugnazioni, possano essere difese dall’amministrazione americana. Alla UE si applica l’aliquota del 10%, quindi inferiore a quella del 15% imprudentemente negoziata lo scorso anno; l’applicazione della quale non aveva comunque impedito a alcuni membri UE, fra i quali l’Italia, di aumentare il proprio export verso gli USA. È verosimile che con l’aliquota del “solo” 10% l’export potrà ulteriormente accelerare e che, per quanto ci riguarda, ci terremo questi dazi almeno fino alla fine del mandato di Trump. Il quale, se non trova un modo rapido ed efficace di risolvere la guerra imprudentemente avviata in Iran, rischia la debacle alle ormai prossime elezioni di mid-term e, anche alla luce del recente voto del Parlamento che ne ha ridotto i poteri ne settore bellico, rischia ulteriori voltafaccia della sua maggioranza che potrebbero perfino arrivare all’impeachment.

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