La doppiezza del governo italiano verso l’Ucraina
Linkiesta si occupa degli aiuti dell’Italia all’Ucraina. Sulla base dei dei dati del Kiel Institute, dal 24 febbraio del 2022 al 30 giugno scorso, l’Italia ha stanziato e corrisposto aiuti all’Ucraina per un importo pari a 17,3 miliardi di euro. Poco più di 4 miliardi di aiuti bilaterali e la parte restante e maggioritaria di aiuti finanziari attraverso il bilancio dell’Unione europea. Poco meno di 11 milioni al giorno. Il che significa che ciascun residente in Italia ha pagato grosso modo all’Ucraina un caffè alla settimana. Per i soli aiuti militari il conto è di meno di un euro al mese.
Le credenziali pro-ucraine del governo rappresentate da queste cifre, che mettono il nostro Paese in coda alla classifica dei donatori europei in rapporto al prodotto interno lordo – proprio insieme alla Spagna del grande avversario Pedro Sánchez – sono certamente più che mediocri.
Appaiono, però, addirittura lusinghiere in confronto alla doppiezza che l’esecutivo italiano, in paradossale convergenza con gli arcinemici del Campo Largo, continua a esibire rispetto al dossier ucraino e che l’altro ieri, nel trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza di quella che la Russia considera una provincia ribelle, ha trovato un altro spettacolare riscontro nel totale disimpegno italiano dalle responsabilità assunte dagli stati europei più esposti per la difesa di Kyjiv.
Mettendo da parte la retorica umanitaria e lacrimevole sulle sofferenze della popolazione civile e sul diritto degli ucraini a una nazione libera e sovrana – cose che non costano niente e impegnano anche meno – anche lunedì Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, e Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, hanno ribadito ai (teorici) partner europei e alle autorità ucraine che non possono e non devono contare sull’Italia praticamente su nulla: non sulle forniture belliche, non sulla partecipazione finanziaria al Purl per l’acquisto dei sistemi di difesa dagli Stati Uniti, non su forme di cooperazione e coordinamento militare tra Paesi alleati a sostegno alla resistenza di Kyjiv, non su forme di pressione politico-economica con obiettivi reali di logoramento della posizione di Mosca.
D’altra parte sono anni che Meloni inventa formule ingegnose per non schierarsi contro l’Ucraina, evitando al contempo di schierarsi contro Mosca. Lo ha fatto congegnando una sorta di partecipazione esterna dell’Ucraina alla Nato con l’estensione dell’articolo 5 del trattato atlantico sulla mutua assistenza militare in caso di aggressione, ma chiarendo subito che l’Italia non avrebbe mai riconosciuto quell’obbligo.
Lo ha fatto in seguito opponendosi all’uso degli asset russi congelati nel sistema finanziario europeo, ma anche rifiutando un sostegno finanziario a Kyjiv in base al prodotto interno lordo dei Paesi dell’Unione europea nominalmente alleati dell’Ucraina.
Lo ha fatto ieri quando, mentre Regno Unito, Francia e Germania discutevano di come garantire all’Ucraina missili a lungo raggio per colpire obiettivi russi in profondità – depositi, posti di comando, infrastrutture militari – e sistemi antiaerei e intercettori per proteggere la popolazione civile dalle ritorsioni terroristiche con cui Mosca vendica le sconfitte militari, l’Italia precisava che non avrebbe garantito altro che la fornitura di generatori elettrici, perché, come ha detto Tajani, «non siamo in guerra con la Russia».
È del tutto evidente che la preoccupazione per l’Ucraina del governo riguarda unicamente le potenziali crisi politiche e di consenso che un dichiarato allineamento alle istituzioni dell’Ue e un’eccessiva esposizione a sostegno dell’Ucraina potrebbero innescare all’interno della maggioranza e del suo elettorato.
C’è da tenere a bada Matteo Salvini, c’è da fronteggiare Roberto Vannacci, c’è da rassicurare, soprattutto, una larga fetta dell’elettorato della destra, che anni e anni di retequattrismo politico-giornalistico hanno educato al qualunquismo geopolitico e hanno istruito a riconoscere nella suburra putiniana una rispettabile alternativa politico-antropologica alla cosiddetta burocrazia di Bruxelles.
Meloni sa anche che, rebus sic stantibus, non uscirebbe indenne neppure dal muro contro muro con la maggioranza dei paesi europei e non le converrebbe finire in un isolamento orbaniano, preludio a un possibile strangolamento politico. Dunque deve barcamenarsi senza osteggiare la solidarietà europea con l’Ucraina, ma senza rendersene partecipe e corresponsabile. La posizione dell’Italia da quattro anni è sempre stata: «Not in my name».
Le uniche possibili vittime di questa guerra di cui Meloni e Tajani si preoccupano sono loro stessi – questa è la triste e ignominiosa verità. Qualcosa che potrebbe dirsi, più o meno nei medesimi termini, di Elly Schlein e Giuseppe Conte, che sbarcando separati o in coppia a Palazzo Chigi potrebbero presumibilmente avere, tenendo a freno le intemperanze pacifiste dell’una e dell’altro, un atteggiamento non molto diverso da quello dei più immediati predecessori. Solidarietà all’Ucraina, certo, ma non chiedeteci niente, tranne le solite chiacchiere, le stesse di Meloni, «per favorire un percorso negoziale verso una pace giusta e duratura», contando di cadere in piedi alla fine di questa guerra – comunque finisca.
La destra e la sinistra dell’Italia bipopulista, quando non sono interessate e quindi complici, sono disinteressate e quindi cieche verso quel disegno eversivo dell’ordine politico europeo, di cui l’Ucraina non è la sola posta in gioco, ma rimane l’imprescindibile punto di resistenza o di caduta. Pensare che la dichiarata neutralità dalla guerra in Ucraina possa diventare una miracolosa immunità dalle sue conseguenze non è opportunismo cinico, ma miserabile stupidità.


