La diplomazia del possibile, tra l’abbraccio di Pechino e la profezia della pace il ruolo della Chiesa di papa Leone
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre le cronache internazionali si affannano a misurare il diametro dei tappeti rossi stesi a Pechino per l’arrivo di Donald Trump, l’osservatore attento non può fermarsi alla superficie dei protocolli. L’incontro tra il leader della Casa Bianca e Xi Jinping non è soltanto un vertice bilaterale tra le due massime potenze del pianeta; è, simbolicamente, il termometro di un’epoca che oscilla pericolosamente tra il baratro della frammentazione e la necessità, quasi biologica, di un nuovo ordine mondiale condiviso.
In questo scenario, la posizione della Santa Sede non è quella di un terzo incomodo, ma di un «pontefice» nel senso etimologico del termine: un costruttore di ponti in un tempo di muri. Per la diplomazia vaticana, il dialogo tra Washington e Pechino non è un gioco a somma zero, ma l’unica via d’uscita per disinnescare quella «terza guerra mondiale a pezzi» che Papa Francesco denunciava da anni e che oggi, nel 2026, sembra aver raggiunto una densità drammatica.
Il viaggio di Trump in Cina avviene sotto lo sguardo di una Chiesa che ha scelto il “Metodo Ricci”: la pazienza dell’ascolto e la ricerca di piccoli, quasi invisibili, passi comuni. Se l’amministrazione americana punta sul pragmatismo dei dazi e sulla sicurezza tecnologica, e Pechino risponde rivendicando una stabilità che spesso sacrifica le libertà individuali sull’altare della crescita, il Vaticano propone una terza via. È la via della “normalizzazione” della vita dei fedeli, che passa inevitabilmente per il riconoscimento dell’altro.
La Santa Sede guarda a questo summit con una speranza che non è ingenuità. L’accordo sulle nomine dei vescovi, rinnovato con fatica, è la prova che persino tra sistemi ideologici incompatibili si può trovare una grammatica minima di convivenza. Ma la domanda che dobbiamo porci è un’altra: quale spazio resterà per gli “ultimi” in questo Risiko dei giganti?
Non si può ignorare il nodo di Taiwan, ferita aperta nel cuore del Pacifico. Qui la diplomazia vaticana esercita la sua massima prudenza. La presenza di una nunziatura a Taipei è un segno di fedeltà storica e pastorale, ma il desiderio di una presenza stabile a Pechino è il segno di un’apertura quasi profetica. Trump porta con sé le istanze dell’egemonia occidentale, Xi Jinping quelle del “Sogno Cinese”; la Santa Sede porta l’istanza dell’unità dei credenti.
La sfida del 2026 è evitare che il mondo si spacchi definitivamente in due blocchi contrapposti, una riedizione della Guerra Fredda dove però, a differenza del secolo scorso, il collante non è l’ideologia ma un tecnicismo economico privo di anima. La visita di Trump a Pechino sarà un successo non se produrrà nuovi contratti di forniture miliardarie, ma se riuscirà a ristabilire un canale di fiducia che allontani lo spettro del conflitto militare tradizionale o nucleare tra superpotenze, temi su cui la Cina è ormai un interlocutore ineludibile.
In conclusione, l’auspicio è che questo incontro non sia una spartizione di sfere d’influenza, ma l’inizio di una responsabilità condivisa. Come ricordava spesso Giorgio La Pira, le città e i popoli hanno una missione di pace che trascende i governi. La Santa Sede continuerà a tessere la sua tela, consapevole che la vera vittoria non è sottomettere l’avversario, ma renderlo un interlocutore. Perché, come insegna la storia millenaria della Chiesa in Oriente, il tempo è sempre superiore allo spazio: e nel tempo lungo della storia, è la mitezza del dialogo a vincere l’arroganza della forza.





