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Esteri

La battaglia per l’immagine di Israele si combatte nell’area culturale e mediatica

Ariel Piccini Warschauer.

La battaglia per la sicurezza e l’immagine dello Stato di Israele non si combatte solo sul campo della politica, ma si estende sempre più spesso nell’arena culturale e mediatica globale. Al centro dell’ultima accesa polemica c’è “Naza”, l’opera cinematografica finita nel mirino delle autorità di Gerusalemme per le sue narrazioni contro l’esercito israeliano e sulla guerra. In questa intervista esclusiva il Ministro della Cultura e dello Sport d’Israele, Miki Zohar, fa il punto sulle indagini in corso, chiarisce le riforme al finanziamento pubblico del cinema e rivolge un forte messaggio di vicinanza alle comunità ebraiche europee ed italiane in particolare.

Signor Ministro, lei ha accusato pubblicamente i produttori del film “Naza” di aver realizzato un’opera che danneggia la sicurezza nazionale. Quali prove o risultanze d’intelligence suggeriscono che il film abbia beneficiato, direttamente o indirettamente, di finanziamenti provenienti dal mondo arabo e islamico?

«Il film “Naza” fa parte di una campagna di propaganda volta a screditare lo Stato di Israele e i soldati dell’Idf in tutto il mondo. A seguito dell’uscita dell’opera, mi sono rivolto direttamente al capo del servizio di sicurezza interno (Shin Bet) chiedendo un’indagine approfondita sulle fonti di informazione utilizzate dai suoi sceneggiatori, nonché sulla possibilità di un coinvolgimento da parte di attori ostili, incluso Hamas. In questa fase non disponiamo ancora di prove conclusive che possano essere rese pubbliche, ma le verifiche sono ancora in corso. Abbiamo informazioni sui legami di lunga data del regista Yuval Abraham con soggetti sicuramente collegati ad Hamas: sebbene ciò non provi automaticamente un coinvolgimento diretto nel finanziamento o nella produzione, solleva tuttavia seri interrogativi che richiedono un’indagine formale. Le domande rimaste senza risposta sulle fonti di finanziamento della produzione giustificano un esame rigoroso. Non permetteremo ad attori ostili di sfruttare l’industria cinematografica per condurre una guerra di propaganda contro lo Stato di Israele».

Le operazioni di influenza straniera utilizzano spesso intermediari o fondazioni di facciata in Europa per nascondere i propri finanziatori. Il suo ministero sta tracciando il flusso di fondi per la distribuzione internazionale del film?

«Il Ministero della Cultura non è un’agenzia di intelligence o investigativa, ed è per questo che ho investito della questione le autorità competenti. È fondamentale far luce su chi ci sia dietro produzioni di questo tipo, chi le finanzi e quali interessi servano: il pubblico merita la massima trasparenza. La cultura e il cinema hanno un potere enorme nel plasmare l’opinione pubblica globale, rendendoli un’arena centrale nella battaglia per l’immagine del nostro Paese. Nel caso di “Naza”, ritengo che il format del documentario sia stato utilizzato per presentare un’immagine distorta di Israele e dei suoi soldati. La libertà artistica è un valore importante, ma alle false affermazioni non deve essere data l’apparenza di verità solo perché vestite da documentario. È per questo che è essenziale far emergere i fatti e far sentire la voce di Israele».

Dato che “Naza” viene proiettato in centinaia di sale e promosso nei principali festival europei, ritiene vi sia un sostegno politico o finanziario mirato da parte di governi stranieri?

«Credo fermamente che organizzazioni e fondazioni internazionali stiano contribuendo a promuovere e distribuire il film, ed è altamente possibile che dietro questo sostegno si celino precisi interessi politici. È esattamente la ragione per cui l’indagine che ho richiesto allo Shin Bet è così cruciale: dobbiamo scoprire chi c’è dietro questi sforzi distributivi e promozionali».

Lei ha dichiarato che “l’era di diffamare Israele con i soldi dei contribuenti è finita”. In che modo la sua riforma del cinema impedirà che fondi pubblici vadano a opere con narrazioni anti-israeliane?

«Credo nella libertà artistica e nel diritto di ogni persona di esprimere le proprie opinioni, anche quando contrastano con la linea del governo. Ma la libertà artistica non obbliga lo Stato di Israele a finanziare qualsiasi opera con il denaro dei propri cittadini. La riforma del cinema che ho introdotto si è già dimostrata un successo: abbiamo cambiato il modo in cui vengono allocati i fondi, rafforzato il cinema israeliano e posto un’enfasi maggiore sul gradimento reale dei film presso il pubblico. La mia posizione resta intatta: i soldi dei contribuenti devono servire la cultura israeliana, non finanziare la propaganda contro lo Stato e i suoi soldati».

Si è parlato anche di possibili sanzioni legali e amministrative nei confronti dei creatori della pellicola. Quali passi formali intende intraprendere il governo?

«Dopo l’uscita del film mi sono rivolto al Ministro dell’Interno chiedendo di esaminare la possibilità di revocare la cittadinanza israeliana ai suoi creatori per violazione del dovere di fedeltà allo Stato. Contestualmente ho sollecitato lo Shin Bet sulle fonti di informazione e sull’eventuale coinvolgimento di attori ostili o dell’organizzazione terroristica Hamas. Riconfermo pienamente queste richieste. Chiunque detenga la cittadinanza israeliana deve comprendere che ai diritti corrispondono doveri precisi e che la sicurezza nazionale non è un tema su cui scherzare. Se verrà accertato che sono state violate delle leggi, mi aspetto che le autorità competenti agiscano con estrema decisione».

Ritiene necessaria una task force governativa speciale per monitorare i finanziamenti nel settore audio-visivo e prevenire lo sfruttamento dell’immagine dell’IDF?

«Non credo vi sia la necessità di una task force dedicata esclusivamente al monitoraggio dei finanziamenti cinematografici. Tuttavia, ritengo urgente che lo Stato di Israele crei un team strutturato per rafforzare la diplomazia pubblica (Hasbara) nelle arene culturali e cinematografiche internazionali. Dobbiamo intraprendere azioni proattive per portare la vera storia israeliana al pubblico globale, presentare i fatti reali e contrastare la disinformazione».

La distribuzione del film in Europa coincide con una forte recrudescenza degli episodi di antisemitismo. Come valutate l’impatto di queste produzioni sulla sicurezza delle comunità ebraiche nella Diaspora?

«Sono profondamente preoccupato per l’aumento dell’antisemitismo in Europa e nel mondo. Quando Israele e i soldati dell’IDF vengono ritratti in modo unilaterale e distorto — specialmente sotto l’etichetta del documentario — ciò alimenta direttamente l’ostilità verso Israele e influenza negativamente la sicurezza delle comunità ebraiche. Il confine tra l’odio verso Israele e l’odio verso gli ebrei è spesso del tutto sfumato. I governi europei devono combattere l’antisemitismo con decisione e le istituzioni culturali devono assumersi la responsabilità dei contenuti che scelgono di promuovere».

Molti festival ed enti culturali europei difendono la proiezione del film invocando la libertà d’espressione. Qual è la sua risposta?

«La decisione su quali film proiettare spetta agli organizzatori dei festival e noi non interferiamo con le loro valutazioni artistiche. Tuttavia, così come loro hanno il diritto di scegliere quali contenuti presentare, lo Stato di Israele ha il pieno diritto di determinare le proprie relazioni con tali festival e di riesaminare qualsiasi forma di cooperazione. Suggerisco agli organizzatori di non definirsi illuminati o di ampie vedute solo perché offrono vetrine a qualunque contenuto. L’illuminismo autentico richiede un impegno contro il terrorismo: chi legittima messaggi che giustificano la violenza non promuove valori liberali, ma agisce in diretta contraddizione con essi. Non resteremo a guardare».

Quale messaggio intende inviare alle comunità ebraiche della Diaspora, inclusa quella italiana, che si trovano in prima linea ad affrontare questa ostilità?

«Il mio messaggio agli ebrei d’Italia e d’Europa è chiaro: lo Stato di Israele è e sarà sempre al vostro fianco. Nessun ebreo, in nessuna parte del mondo, deve aver paura di esprimere la propria identità, indossare i simboli della propria fede o praticare la propria tradizione a causa di minacce antisemitiche. Ci aspettiamo che i governi europei garantiscano la sicurezza delle comunità, proteggano le sinagoghe e le scuole e agiscano con tolleranza zero contro l’incitamento all’odio. Agli ebrei d’Europa dico: siate orgogliosi della vostra identità e del vostro legame con Israele. Non siete soli e lo Stato di Israele sarà sempre la vostra casa».

Quali confini e strategie intende stabilire il suo ministero per il futuro della cultura israeliana all’estero?

«Il modo migliore per affrontare la propaganda è rafforzare la produzione creativa israeliana e portare la nostra verità nel mondo. Lavoreremo per promuovere film che raccontino le storie dei soldati dell’IDF, il coraggio, il sacrificio e l’eroismo del nostro popolo, a partire da ciò che è realmente accaduto durante il terribile massacro del 7 ottobre. Abbiamo storie straordinarie che meritano di essere ascoltate a livello globale. Investiremo risorse importanti nella diplomazia culturale affinché la voce di Israele sia rappresentata con orgoglio e verità su tutti i grandi schermi del mondo».

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