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Il viaggio di Trump a Pechino? Molto meno fruttuoso del previsto

Rocco Cangelosi su InPiù commenta Il viaggio di Donald Trump a Pechino che si è rivelato molto meno fruttuoso di quanto la Casa Bianca avesse lasciato intendere. Sul fronte economico, gli accordi siglati non raggiungono la massa critica promessa alla base repubblicana: un risultato modesto, soprattutto se confrontato con le aspettative alimentate alla vigilia. Una delusione certificata dall’andamento dei titoli di punta nelle borse mondiali . Ma è sul terreno politico‑strategico che Xi Jinping sembra aver marcato i punti più pesanti. Sul dossier Taiwan, il Presidente cinese ha ottenuto due risultati non marginali: la sospensione del pacchetto di armamenti da 14 miliardi e una dichiarazione di Trump che introduce un’ambiguità nuova sulla disponibilità degli Stati Uniti a difendere l’isola. Non è un cambio di dottrina, ma è un segnale che Pechino può capitalizzare, mentre Washington appare meno assertiva del solito. Un passaggio che molti analisti leggono come un indebolimento della tradizionale postura americana, e che potrebbe alimentare ulteriori pressioni cinesi nello Stretto.
 
Anche sul fronte iraniano, la missione non ha prodotto svolte. La formula concordata si è limitata a un generico impegno alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, senza alcuna pressione concreta su Teheran affinché rinunci al programma nucleare. Una dichiarazione di principio, più che una strategia. E ora, con l’imminente visita di Putin a Pechino, il rischio è che l’immagine di Trump come leader capace di “dominare il tavolo” venga ulteriormente indebolita. È in questo contesto che a Washington cresce la tentazione di recuperare l’iniziativa attraverso la forza. Secondo diverse fonti, il Pentagono starebbe valutando opzioni di attacco limitate ma spettacolari, utili a ristabilire una narrativa di potenza e a rassicurare la base MAGA. Parallelamente, sono in corso consultazioni serrate con Israele per riattivare l’offensiva e fiaccare la resistenza del regime iraniano. Una dinamica che rischia di trasformare il Medio Oriente in una polveriera e un palcoscenico per la politica interna americana. Trump si muove così in un nuovo gioco di potenza che lui stesso ha contribuito a costruire, ma che ora sembra sfuggirgli di mano. Vuole uscire dal conflitto, non esserne risucchiato. Eppure ogni mossa lo trascina un passo più dentro, alimentando un paradosso strategico che potrebbe spingere a un interventismo crescente  nei prossimi mesi. La forza che intende mostrare rischia di diventare la trappola da cui sarà difficile liberarsi.

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