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Il silenzio è la virtù del notaio ma non del custode di un’eredità civile

Pierluigi Piccini.

Nei giorni in cui si decide la sorte della più antica banca del mondo, il suono più eloquente che arriva da Siena è un silenzio. Non quello della città, che pure fatica a ritrovare la propria voce; non quello dei lavoratori, che l’allarme lo hanno dato subito. È il silenzio di Palazzo Sansedoni: l’unico soggetto senese che siede, sia pure su uno strapuntino, dentro la compagine sociale della banca, e che proprio per questo avrebbe il dovere statutario, prima ancora che morale, di dire una parola.

I fatti sono noti. Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio totalitaria sulle azioni di Banca Monte dei Paschi da 30,6 miliardi, e l’architettura dell’operazione prevede che 635 filiali del Monte confluiscano in una nuova entità nata dalla combinazione con Bper, destinata ad assumere il nome di Banca Monte dei Paschi: il nome, appunto. Di Siena, lo si è già scritto, resterà soltanto quello. Davanti a un passaggio simile, la Compagnia di San Paolo ha parlato per Torino, sostenendo pubblicamente l’operazione con la naturalezza di chi sa di esistere. La Fondazione senese, no.

Si dirà: con quale titolo dovrebbe parlare un socio allo 0,2 per cento? Ed è qui che il silenzio di oggi rivela la miopia di ieri. Perché quella quota irrisoria non è un destino imposto dalla legge: è il risultato di una scelta. La normativa vieta alle fondazioni di origine bancaria il controllo della conferitaria — la legge Ciampi è chiara — e il Protocollo ACRI-MEF del 2015 impone di non concentrare più di un terzo del patrimonio in un singolo soggetto, senza ricorrere a debito. Vincoli sacrosanti, nati anche dai disastri senesi. Ma dentro quei vincoli lo spazio c’era tutto: quando il Tesoro ha collocato sul mercato le sue quote — a 4,15 euro per azione nel marzo 2024, a 5,79 nel novembre successivo, in un’operazione riservata a investitori istituzionali, categoria cui la Fondazione appartiene a pieno titolo — con una frazione del patrimonio, ampiamente sotto il tetto del Protocollo, si poteva acquisire l’uno, il due per cento della banca. Per dare la scala: Anima si prese il 3 per cento con 219 milioni. Non sarebbe stata una posizione di comando, e nessuno la rimpiange; ma sarebbe stata una presenza visibile, tale da garantire un posto ai tavoli che contano, il diritto di essere interpellata prima anziché informata dopo. In una parola: il fiato per parlare. Si è preferito il gettone simbolico. E i simboli, nei momenti decisivi, non votano

Questa non è prudenza patrimoniale: la prudenza calcola i rischi, la mancanza di coraggio non vede nemmeno le occasioni. Né la responsabilità di questo immobilismo può essere caricata soltanto sulle presidenze che si sono avvicendate. Le presidenze passano; ciò che resta, a Palazzo Sansedoni come in ogni istituzione, è la struttura direzionale che attraversa i mandati e che di questa linea di minimo sforzo è stata l’interprete continuativa. Un’istituzione seria, davanti all’evidenza che la stagione della pura conservazione si chiude con la banca smembrata e la Fondazione senza voce, chiederebbe conto a chi quella stagione ha gestito. E chi l’ha gestita, se le parole hanno ancora un senso, ne trarrebbe le conseguenze.

Il nuovo presidente si è presentato con un motto rispettabile: parlare poco e fare. Ma il silenzio è una virtù del notaio, non del custode di un’eredità civile. La Fondazione non è uno studio che lavora dietro le quinte: è ciò che resta, istituzionalmente, di cinque secoli di rapporto tra una banca e una comunità. Le restava un ultimo compito, forse il solo: essere la voce dei senesi in una partita giocata interamente altrove — non per opporsi al mercato, che ha le sue leggi e le sta applicando, ma per negoziare ciò che ancora si può negoziare, presìdi, funzioni, occupazione, e per dire pubblicamente ciò che la città ha il diritto di sentirsi dire.

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