Il ritorno di leader forti che tentano di ricostruire masse identitarie compatte
Massimo Recalcati su La Repubblica ricostruisce il ruolo di Gustave Le Bon, la cui Psicologia delle folle (1895) ha influenzato profondamente il Novecento, fino a Sigmund Freud e allo stesso Mussolini. L’intuizione centrale è che la massa non sia la somma degli individui ma un fenomeno collettivo che annulla le singolarità, offrendo l’illusione di appartenenza e liberando dall’angoscia della responsabilità individuale. Essa ha un carattere regressivo: vi emergono pulsioni primordiali come violenza, odio e fanatismo, mentre il pensiero critico si abbassa e domina un agire irrazionale per “contagio”. La massa diventa così un soggetto collettivo senza responsabilità, che scambia la libertà individuale con una protezione identitaria. Freud radicalizza questa visione mostrando come la massa si fondi su un’identificazione verticale con un capo, figura del “padre primigenio”, che tiene insieme i legami libidici e consente agli individui di riconoscersi in un’unica immagine. Oggi però la massa non è più monolitica come nel Novecento: con i social network si trasforma in uno “sciame” frammentato, senza centro stabile, attraversato da identificazioni intermittenti e improvvise esplosioni emotive. L’odio collettivo si concentra temporaneamente su un bersaglio e poi si disperde. Tuttavia, questa atomizzazione convive con il ritorno di leader forti — come Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei — che tentano di ricostruire masse identitarie compatte. I due fenomeni, apparentemente opposti, sono in realtà connessi: la frammentazione neoliberale produce individui più fragili, esposti ad angoscia e solitudine, e proprio questa condizione alimenta il bisogno di identità rigide e protettive. In questo contesto, anche la guerra si lega alla necessità di ricompattare la massa attorno a identità e nemici definiti, trasformando l’angoscia individuale in appartenenza collettiva.





