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Il piano segreto di Usa e Israele per rimettere Ahmadinejad alla guida dell’Iran

Ariel Piccini Warschauer.

Mahmoud Ahmadinejad, l’ex presidente iraniano, l’uomo che un tempo arringava le folle promettendo di «cancellare Israele dalle mappe geografiche», sarebbe stato al centro di un clamoroso e ultra-riservato piano congiunto tra l’intelligence israeliana e il Pentagono. L’obiettivo? Reinsediarlo alla guida di Teheran per gestire la transizione dopo il collasso del regime degli Ayatollah.

La rivelazione, che ha i contorni di una spy story ma la concretezza dei documenti d’intelligence, arriva direttamente da un’inchiesta del New York Times, rimbalzata immediatamente sulle colonne del Jerusalem Post. Secondo fonti informate americane, Washington e Tel Aviv avrebbero avviato due operazioni parallele in codice, “Roaring Lion” ed “Epic Fury”. Dietro questi nomi evocativi si nascondeva il tentativo di sfruttare la figura di Ahmadinejad come l’unico leader in grado di controllare il caos e gestire, per usare le parole di un suo stretto collaboratore, «la situazione politica, sociale e militare del Paese».

Per capire come si sia arrivati a questo paradosso geopolitico, bisogna fare un passo indietro. Ahmadinejad, presidente dal 2005 al 2013, era da tempo un separato in casa. Allontanato e ostracizzato a più riprese dal Consiglio dei Guardiani – l’organo non eletto che decide chi può e chi non può candidarsi nella Repubblica Islamica – si era trasformato in un critico feroce della Guida Suprema Ali Khamenei. Una spina nel fianco che il regime aveva deciso di neutralizzare: lo scorso marzo, a seguito di dure proteste di piazza, l’ex presidente era stato di fatto privato dei telefoni e messo sotto stretta sorveglianza, circondato da una cinquantina di “guardie del corpo” che somigliavano molto a dei carcerieri.

Ed è qui che lo scenario si fa cinematografico. Quello che a marzo era stato descritto dalle cronache internazionali come un raid israelo-americano contro l’abitazione di Ahmadinejad, non era – come si pensava – un tentativo di eliminazione. Al contrario, si trattava di un’operazione di esfiltrazione. Un tentativo di liberarlo per portarlo al tavolo del comando. Lo ha confermato lo stesso entourage dell’ex leader: quel blitz era un piano di evasione orchestrato dall’esterno.

Il piano, tuttavia, è deragliato. Ahmadinejad è rimasto ferito durante i confusi scontri del tentativo di liberazione e, da quel momento, è svanito nel nulla. Le sue condizioni di salute e la sua esatta posizione rimangono avvolte nel mistero più fitto.

Una scelta azzardata o pragmatismo cinico?

La scelta di Ahmadinejad da parte di Usa e Israele lascia sbigottiti gli analisti, ma risponde a un cinico pragmatismo. Nonostante il suo passato radicale e ultra-conservatore, l’ex presidente gode ancora di un forte seguito tra le classi popolari e i nazionalisti iraniani, oltre ad avere agganci profondi nell’apparato statale. Per Washington, era l’uomo d’ordine per evitare il vuoto di potere; per Israele, un interlocutore che, negli ultimi anni, aveva ammorbidito i toni, dicendosi persino aperto a colloqui economici con Donald Trump e spendendo parole di inaspettato elogio per la vecchia monarchia Pahlavi.

Le reazioni ufficiali, come da manuale, oscillano tra il silenzio e la smentita strategica. Il Mossad si è trincerato dietro un “no comment”, mentre la Casa Bianca, per bocca della portavoce Anna Kelly, ha preferito spostare l’attenzione sui successi militari dell’Operazione Epic Fury: «Il Presidente Trump è stato chiaro: distruggere i missili balistici dell’Iran, affondare la loro marina e indebolire i loro proxy. Abbiamo raggiunto gli obiettivi, ora i negoziatori lavorano per azzerare le capacità nucleari di Teheran».

Nessuna smentita categorica sul “fattore Ahmadinejad”, dunque. Il destino dell’Iran resta appeso a un filo, mentre la Guida Suprema Mojtaba Khamenei siede su un trono sempre più instabile. Resta da capire se il piano d’emergenza dell’Occidente sia fallito definitivamente tra le fiamme di quel blitz andato storto, o se il “fantasma” Ahmadinejad sia solo in attesa del momento giusto per riemergere.

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