Il piano segreto di Hamas, così doveva crollare Israele
Ariel Piccini Warschauer.
Non un pogrom estemporaneo, per quanto efferato, e nemmeno un’operazione di guerriglia su scala locale. Il massacro del 7 ottobre 2023 rispondeva a un disegno geopolitico preciso, metodico e studiato per anni: innescare l’effetto domino, far saltare i fragili equilibri del Medio Oriente e provocare il collasso definitivo dello Stato ebraico attraverso una guerra regionale totale.
A svelare la genesi e la reale portata strategica dell’attacco è un nuovo e dettagliato studio dell’Università Ebraica di Gerusalemme, intitolato «The Strategic Origins of Hamas’s October 7 Attack» (Le origini strategiche dell’attacco di Hamas del 7 ottobre). Firmato dal politologo Daniel Sobelman, il saggio si basa su una mole impressionante di documenti top-secret della leadership di Gaza, sequestrati dalle forze di difesa israeliane (IDF) durante le operazioni militari nella Striscia.
I documenti rivelano che la dottrina di Hamas ha subìto una metamorfosi radicale ben prima del 2023. Già nel 2021, Khalil al-Hayyah, figura di spicco dell’Ufficio Politico del movimento, lo metteva nero su bianco: «Non siamo più una resistenza difensiva, siamo una resistenza offensiva».
A convincere i vertici di Gaza che il momento fosse propizio è stata la profonda crisi sociale e politica che ha attraversato Israele nei mesi precedenti l’attacco, legata alle proteste sulla riforma della giustizia. Secondo le carte analizzate, il leader di Hamas, Yahya Sinwar, era convinto che le fratture interne stessero sciogliendo «il collante che tiene insieme i pilastri dell’entità israeliana», descrivendo il Paese come «più fragile di una tela di ragno».
Nelle intenzioni dei pianificatori, l’affondo del 7 ottobreavrebbe dovuto agire da detonatore. I piani strategici prevedevano scenari coordinati: l’assalto da Sud, l’apertura immediata del fronte Nord da parte di Hezbollah, e la contestuale rivolta armata in Cisgiordania e tra gli arabi israeliani. Una tempesta perfetta concepita per far «crollare rapidamente» sia l’apparato militare sia la tenuta psicologica del fronte interno israeliano.
Se lo studio evidenzia da un lato il catastrofico fallimento di immaginazione dell’intelligence di Tel Aviv – che per anni ha declassato Hamas a mera organizzazione terroristica, incapace di una pianificazione militare sofisticata –, dall’altro mette a nudo il gigantesco errore di calcolo di Sinwar.
Hamas era convinta di poter costringere i propri alleati storici a scendere in campo. Ma il piano di intrappolare l’Iran e le milizie sciite libanesi in un conflitto globale contro Israele è fallito nella sua sincronia. I documenti confermano che sia Teheran sia la leadership di Hezbollah rimasero «profondamente sorprese» dalle tempistiche e dalla brutalità dell’eccidio, preferendo un coinvolgimento d’attrito, calibrato e progressivo, anziché l’entrata in guerra simultanea che Gaza aveva preventivato per assestare il colpo di grazia.
Resta l’istantanea di un piano che ha cambiato per sempre il volto della regione, scritto su carte segrete che oggi aiutano a ridefinire i contorni di quella tragica alba d’autunno.





