Il Museo del Risorgimento a Lucca è un pezzo della storia d’Italia
Serena Mammini*.
Circa duecento pezzi sono imballati, parte dell’allestimento non è fruibile e si discute del futuro della sede di Palazzo Ducale. Si fa appello al Comune e il presidente Giani ha detto che se ne occuperà. Quella Galleria non è nata per caso. Nel 2013 fu riallestita e riaperta dopo anni di chiusura con il sostegno della Regione Toscana e della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, oltre all’impegno della Provincia. Furono investite risorse pubbliche importanti per ristrutturare gli spazi, ridefinire il percorso espositivo, restaurare i materiali e realizzare strumenti di divulgazione.
Ma quanto è stato effettivamente valorizzato, raccontato, fatto conoscere quel patrimonio affidato soprattutto alla passione e alla competenza dei volontari? Oggi il MuR custodisce documenti, dipinti, incisioni, armi, divise e cimeli che raccontano il Risorgimento italiano intrecciandolo alla storia di Lucca. Una Galleria pensata anche per la didattica, la divulgazione e le nuove generazioni, con contenuti multimediali ed esperienze possibili nel percorso.
A questo punto però qualcosa dobbiamo chiedercelo.
Che cosa è successo in questi tredici anni? È cambiato il progetto? Non funziona? Non interessa più? Oppure sono semplicemente cambiate le priorità?
Non voglio semplificare un tema complesso come quello della gestione dei musei. E non voglio neppure ignorare le difficoltà della Provincia.
La Provincia, del resto, ha sulle proprie spalle responsabilità enormi e risorse limitate: strade, ponti, scuole, edilizia scolastica, funzioni amministrative, nuovi incarichi. Non è difficile comprendere la complessità delle sue scelte.
Ma quando le risorse sono limitate, le scelte si fanno. E le scelte raccontano le priorità, che sono date dalla politica.
A Lucca parliamo spesso, e giustamente, dell’importanza della cultura. Della necessità di investire sul patrimonio, sulla conoscenza, sulla capacità della città di produrre cultura e non soltanto di consumarla.
Poi, in concreto?
Fra poche settimane, il 20 settembre, ricorderemo la Breccia di Porta Pia e il ritorno di Roma all’Italia.
Per una cultura repubblicana e laica quella data conserva un significato particolare: l’affermazione dello Stato unitario e del principio di laicità dello Stato.
Non è soltanto memoria del passato. È una parte della storia civile del nostro Paese, come lo è la Resistenza, che abbiamo il dovere di conoscere, discutere e trasmettere.
E allora viene spontaneo chiedersi come sia possibile che una città come la nostra faccia così fatica a tenere vivo un luogo dedicato proprio a quella storia, pieno di cimeli originali, documenti, opere e testimonianze. Non è una questione di nostalgia. Ma forse proprio una questione di cultura.
In queste settimane si è riacceso il dibattito sulla Manifattura, con proposte e posizioni diverse sul futuro di uno dei più importanti patrimoni della città. È giusto discuterne. Avere ambizione. Scommettere sulla rigenerazione, altroché.
Ma proprio questo dibattito rende inevitabile una domanda: siamo capaci di prenderci cura anche di ciò che abbiamo già?
Perché il Museo del Risorgimento, con tutte le differenze del caso, è un progetto già fatto, già finanziato, già allestito. Non dobbiamo ancora decidere che cosa potrebbe essere: dobbiamo decidere se vogliamo che continui a essere vivo. Magari anche più di quello che è stato fino a ora.
Lo stesso vale, con modalità diverse, per il patrimonio immobiliare pubblico. Penso, per esempio, a Villa Giurlani, l’ex Provveditorato agli Studi di via Barsanti e Matteucci: una villa liberty, su progetto di Gaetano Orzali, inserita nel piano delle alienazioni della Provincia. Spero che nel frattempo siano stati fatti lavori importanti, perché ancora pochi mesi fa versava in uno stato pessimo per un immobile pubblico di quel valore. E viene anche da chiedersi quanto sia difficile alienare un bene quando un eventuale acquirente lo vede in quelle condizioni.
Sono storie diverse, certo.
Ma la domanda è comune: che cosa scegliamo di conservare, che cosa di trasformare e che cosa, invece, siamo disposti a perdere?
Perché scegliere è inevitabile. Finalmente adesso lo dicono tutti, almeno a parole.
Quello che trovo meno convincente è parlare dell’importanza della cultura senza avere il coraggio di dire quali siano davvero le nostre priorità.
Se un piccolo museo non riesce a trovare le risorse per restare aperto, visibile e curato, mentre discutiamo di grandi operazioni di rigenerazione urbana, la domanda non è se si debba investire sulla Manifattura.
La domanda è con quale idea di cultura e di patrimonio ci apprestiamo a progettare il nuovo futuro di Lucca. Una città che vuole investire sul futuro dovrebbe dimostrare di saper custodire anche la propria memoria.
*Serena Mammini, ex assessore comunale a Lucca


