Il Movimento Federativo può rappresentare un’autentica novità
Biagio Marzo.*
Dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e, di conseguenza, dell’Unione Sovietica — simbolo del comunismo reale — si fece strada il mito della pacificazione globale. Una teoria rivelatasi fallace nel XXI secolo, segnato da decine di conflitti “a pezzi”, circa cinquantanove guerre sparse nel mondo, spesso di natura ibrida. E, se non bastassero i conflitti — dall’invasione russa dell’Ucraina all’attacco di Usa e Israele contro l’Iran — si sono aggiunte le crisi economiche, le fratture democratiche, il riemergere delle autocrazie e nuovi revisionismi imperiali. Quella che Francis Fukuyama aveva definito, con eccessivo soft power, “la fine della Storia”, altro non era che una lunga tregua. Una tregua che molti avevano ingenuamente immaginato permanente e che, invece, ha lasciato riemergere tensioni profonde, aprendo la strada tanto alle rivoluzioni impolitiche di carattere populista e illiberale quanto alle fragilità e alle distorsioni della globalizzazione. Il Novecento è morto, ma continua ancora a governare le nostre menti. Ed è questo il vero paradosso di una politica che parla il linguaggio del passato mentre il mondo cambia a una velocità mai conosciuta nella storia umana. Quel secolo ha lasciato conquiste immense: il welfare, i diritti del lavoro, la democrazia di massa, l’emancipazione sociale. Ma ha anche prodotto gli orrori più devastanti della modernità: due guerre mondiali e i totalitarismi del comunismo, del fascismo e del nazismo. Pensare di affrontare il XXI secolo con le categorie del Novecento significa non comprendere la natura della trasformazione in corso. Restare aggrappati al secolo scorso come l’ostrica allo scoglio non aiuta la politica a riformarsi, proprio mentre ne avrebbe un disperato bisogno. In caso contrario, la politica finirà dominata da ciò che tecnologia e scienza hanno prodotto. E lo strumento più potente e pericoloso sarà l’Intelligenza artificiale. Non si tratta di riesumare vecchie ideologie, ma di tornare a un’intuizione di Karl Marx . Nel Capitale descrisse il rischio che la macchina non servisse più l’uomo, ma trasformasse l’uomo in un accessorio della macchina stessa. Oggi basta sostituire la macchina con l’intelligenza artificiale e l’operaio con il politico per comprendere la portata della nuova sfida. Allora esistevano una politica forte, grandi culture organizzate e sindacati “in carne e ossa” capaci di limitare il dominio della tecnica. Oggi, invece, la politica rischia di essere travolta dall’AI senza possedere gli strumenti culturali e organizzativi per governarla. Le classi dirigenti mostrano enormi deficit culturali; i partiti restano ancorati a strutture novecentesche; i mezzi di comunicazione tradizionali hanno perso centralità. Il vecchio è morto, ma il nuovo ordine non riesce ancora a nascere. Al posto delle grandi fabbriche con migliaia di tute blu sono sorte le Big Tech con un numero minimo di colletti bianchi, le piattaforme digitali, le reti globali della logistica e della distribuzione. Il mercato del lavoro ha cambiato pelle, mentre le relazioni industriali sono entrate in crisi. Il neoliberismo, al quale la sinistra tradizionale non ha saputo opporsi, ha prodotto nuove forme di sfruttamento e precarietà. Anche i sindacati, rimasti spesso prigionieri di schemi obsoleti, hanno perso forza sociale: un tempo la loro spina dorsale erano gli operai, oggi sono soprattutto i pensionati. Nel frattempo l’Italia invecchia, perde giovani e vede crollare la natalità, perché intere generazioni non possiedono più la sicurezza economica necessaria per costruire una famiglia. Last but not least, la forbice tra Nord e Sud si è ulteriormente allargata, mentre i processi di deindustrializzazione hanno colpito settori un tempo strategici come la chimica e la siderurgia. Dopo il crollo del comunismo — trascinando con sé anche socialismo e socialdemocrazia — il capitalismo globale ha imposto politiche di austerità che hanno ridimensionato il welfare, compresso i salari e privatizzato settori pubblici essenziali. Eppure la sinistra continua spesso a rispondere con le stesse formule: più crescita, più produzione, più sviluppo. Nulla di realmente nuovo. Anche molte ricette considerate progressiste finiscono per essere funzionali al capitalismo contemporaneo. Occorre invece un cambio di paradigma: una politica capace di rimettere al centro l’uomo, liberandolo dai bisogni, dalle diseguaglianze e dalla subordinazione tecnologica. Finora, però, abbiamo assistito soprattutto al trionfo del politicismo: gestione del potere, costruzione di gerarchie, decisioni calate dall’alto. In un mondo nel quale la politica svolge ormai un ruolo ancillare rispetto alla finanza globale, manca una forza autonoma capace di produrre vera discontinuità. Il politicismo non governa il cambiamento: lo rincorre e spesso lo subisce. A peggiorare il quadro vi è anche il rifugio di molti intellettuali nell’escapismo. Viviamo da decenni dentro quello che Julien Benda definì il “tradimento dei chierici”. Le democrazie liberali appaiono sempre più fragili, mentre figure come vladimir Putin, Donald Trump ed Elon Musk, insieme ai grandi predatori digitali, spingono le società verso nuove forme di conflitto permanente e di concentrazione del potere. Il punto, allora, non è restaurare il Novecento, ma impedire che il XXI secolo venga governato soltanto dall’intelligenza artificiale, dagli algoritmi, dalla finanza e dalla tecnica. Per questo servirebbe un Movimento federativo — con la forza di un sommovimento politico e culturale — capace di rimettere al centro la politica, la cultura e la dignità dell’uomo. Perché il rischio non è soltanto la crisi della democrazia, ma l’avvento di un nuovo totalitarismo morbido, tecnologico e globale, nel quale l’uomo finirà per obbedire alle macchine credendo, paradossalmente, di essere più libero di prima.Tuttavia, in Italia, il bipopulismo radicale ha conquistato la scena politica con tutte le conseguenze che esso comporta. Il sorgere, a sinistra, di una costellazione di partiti massimalisti e, a destra, la presenza ingombrante del generale, Roberto Vannacci, non rappresentano segnali incoraggianti. Nel frattempo, i partiti personali — da Matteo Renzi con Italia Viva a Carlo Calenda con Azione — restano marginali rispetto agli equilibri reali del sistema politico. Renzi tenta di coprire lo spazio riformista lasciato scoperto dal Partito Democratico, mentre Calenda oscilla tra la destra di governo e la sinistra di opposizione, giudicando la presenza del M5S di Giuseppe Conte incompatibile con qualunque prospettiva di alleanza strutturale. È in questo quadro che il Movimento federativo autonomista, aperto ai partiti, ai movimenti civici, alle associazioni culturali e ai singoli cittadini, può rappresentare una novità autentica. Non un cartello elettorale né l’ennesima operazione di palazzo, ma un luogo di sintesi politica e culturale nel quale le diverse sensibilità non costituiscano un limite, bensì un arricchimento. I socialisti, i liberal-democratici e tutte le forze autenticamente liberali non affondano le loro radici soltanto nell’Illuminismo, ma anche nel Risorgimento e nella migliore tradizione repubblicana italiana nata dalla lotta antifascista. Del resto, il punto più alto dell’incontro tra solidarismo cattolico, riformismo socialista e liberalismo repubblicano si ebbe proprio all’inizio degli anni Sessanta, nella stagione delle riforme di struttura. La vera novità, oggi, non sarebbe dunque la nostalgia del passato, ma la capacità di produrre una forte discontinuità rispetto a un sistema politico bloccato dal bipopulismo radicale, dall’improvvisazione della classe politica e dal trasformismo permanente. Se saprà evitare personalismi, settarismi, il lessico povero e le liturgie ideologiche, il Movimento federativo potrà diventare il primo tentativo serio di ricostruire una cultura politica del governo, della competenza e della libertà in un’Italia sempre più disorientata. Perché quando la politica rinuncia a pensare il futuro, il futuro viene deciso da altri: dalla tecnica, dalla finanza, dagli algoritmi e dai nuovi poteri globali. E allora la vera sfida non sarà semplicemente vincere le elezioni, ma restituire alla democrazia il diritto di governare il cambiamento invece di subirlo.





