Il genio non esiste. L’idolo, purtroppo, sì
Paolo Benini.
Nel libro Il genio non esiste (e a volte è un idiota), Barbascura X prende Democrito, Newton, Darwin, Tesla, Marconi ed Einstein e li sottrae alla teca nella quale la storia li ha sistemati. Non nega i loro risultati, ma mostra quanto poco abbiano a che fare con l’immagine infantile del genio: un essere superiore, illuminato, moralmente più evoluto e misteriosamente dotato di una conoscenza inaccessibile agli altri. Dietro quelle imprese compaiono persone appassionate e ostinate, ma anche fortunate, bizzarre, bizzose, opportuniste, litigiose, ossessionate, capaci di errori colossali, convinzioni strampalate, pratiche discutibili, appropriazioni e comportamenti non sempre limpidi, talvolta francamente disonesti. La loro genialità non discendeva da una sostanza soprannaturale depositata nel cervello, ma da fattori molto più riconoscibili: curiosità, applicazione, contesto storico, occasioni favorevoli, disponibilità di mezzi e collaboratori, capacità di sbagliare a lungo e, qualche volta, una considerevole dose di fortuna. Il merito del libro non consiste nel negare ciò che questi uomini hanno prodotto, ma nel separare il valore dell’opera dalla santificazione dell’autore. Mi è tornato in mente osservando ciò che sta accadendo in questi giorni intorno a Guccini e, inevitabilmente, rispolverando De André, Battisti e il consueto pantheon dei cantautori italiani.
Personaggi dei quali, personalmente, non potrebbe fregarmene meno, salvo qualche canzonetta — canzonetta — rimasta leggermente nella memoria. Possono avere rappresentato un’epoca, interpretato inquietudini collettive e dato forma musicale a sentimenti nei quali molti si sono riconosciuti. Benissimo. Ma da qui a trasformarli in maestri di vita, filosofi, profeti civili e garanti postumi di una parte politica occorre compiere un salto logico che soltanto il bisogno di credere può rendere invisibile. Aver scritto una canzone fortunata non conferisce competenza universale, purezza morale o chiaroveggenza politica. Un’opera può incontrare un pubblico enorme senza che il suo autore debba diventare un modello antropologico completo. Il successo non dimostra necessariamente la grandezza dell’opera: dimostra che quell’opera ha incontrato un bisogno, un gusto, un’epoca e, talvolta, un vuoto sufficientemente ampio da accoglierla. Il culto collettivo ha fatto il resto, trasformando canzonette fortunate in testi sacri e i loro autori in pensatori ai quali attribuire una profondità generale che nessuno si preoccupa più di dimostrare. Guccini viene arruolato a sinistra anche quando ricordava di non essere mai stato comunista e di essere stato antisovietico. De André viene rivendicato come anarchico, libertario, socialista, cristiano senza Chiesa e anticipatore di qualunque battaglia serva in quel momento. Battisti, che ebbe il cattivo gusto di non dichiararsi politicamente disponibile, fu sospettato di essere fascista: in anni nei quali persino cantare l’amore senza allegare un programma ideologico poteva diventare una prova a carico. Bastarono delle “braccia tese” in una canzone per costruire una mitologia che Mogol ha ripetutamente smentito.
Non interessa più ciò che queste persone furono realmente, con le loro contraddizioni, debolezze, opportunismi e zone meno presentabili. Interessa metterle sotto formalina, assegnare loro una tessera e utilizzarle contro qualcuno. Anche gli aspetti meno limpidi delle loro biografie meritano di essere ricordati, ma non per intentare processi retroattivi o sostituire la santificazione con il pettegolezzo. Servono a restituirli alla loro condizione umana. Se li riducessimo a impostori, riprodurremmo lo stesso meccanismo infantile del culto, semplicemente rovesciato: prima santi, poi demoni. Erano uomini. Alcuni hanno scritto cose che hanno avuto molta fortuna, anche perché si rivolgevano a un pubblico culturalmente predisposto a trasformare una canzone in una visione del mondo e una rima ben riuscita in una rivelazione filosofica. In questi giorni circola molto anche una fotografia di Guccini con il cardinale Matteo Zuppi. I due si conoscevano, avevano condiviso iniziative pubbliche e, nel 2016, un viaggio ad Auschwitz con un gruppo di studenti; sarebbe quindi scorretto ridurre quell’immagine a una posa occasionale. Zuppi, sia detto senza alcuna implicazione politica, non mi ha mai ispirato una particolare simpatia, semplicemente de visu. A lui non interesserà nulla; a me ancora meno. Resta però curioso osservare come quella fotografia venga oggi utilizzata per celebrare due celebrità delle quali, personalmente, fatico a comprendere il motivo della consacrazione, se non proprio attraverso i meccanismi descritti qui: il bisogno di costruire figure simboliche, attribuire loro qualità generali mai dimostrate e rafforzarne il prestigio mediante una legittimazione reciproca.
Il cantautore sembra ricevere dal cardinale una specie di assoluzione culturale; il cardinale riceve dal cantautore una patente di modernità, apertura e sensibilità civile. Non so se anche Zuppi fosse soggetto a una forma di celebrity worship o avesse semplicemente compreso l’utilità pubblica di quell’accostamento. Non posso attribuirgli intenzioni che non conosco. Posso però osservarne l’effetto: due celebrità si certificano reciprocamente e la fotografia diventa una piccola reliquia laica. Uno santifica l’altro, con una distribuzione dei ruoli che, nel caso specifico, appare persino incerta. La psicologia conosce bene il fenomeno. Gli studi sul celebrity worship, a partire dal modello di McCutcheon, Lange e Houran, descrivono il passaggio dall’apprezzamento di un personaggio all’identificazione con lui: l’idolo diventa una struttura presa in prestito per consolidare appartenenza, identità e significato. Una revisione sistematica di Brooks ha confermato quanto questo investimento possa intensificarsi quando l’identità personale è più fragile o mancano riferimenti sufficientemente solidi. Naturalmente non ogni ammirazione è patologica. Ma quando una canzone diventa una prova morale e il suo autore viene convocato come testimone universale, non stiamo più parlando di musica. Stiamo parlando del bisogno di riempire qualcosa. Avevamo Dio.
Nella sua elementare costruzione concettuale raccoglieva già tutto: onniscienza, infallibilità, eternità, autorità morale e capacità di indicare la strada. Potevamo tenerci lui. Ma oggi non è di moda. Siamo tornati a una forma di paganesimo moderno, con un politeismo affollato di cantautori, cardinali, calciatori, attori e influencer: divinità minori, intercambiabili e specializzate, alle quali attribuiamo una competenza universale in ragione di una canzone fortunata, di una carica, di un gol o di qualche milione di seguaci. Finché sono vive, queste figure vengono celebrate, consultate e utilizzate per confermare identità, gusti e appartenenze; conservano però un difetto: possono contraddirsi, cambiare opinione, comportarsi male o deludere i fedeli. La morte risolve finalmente il problema. Elimina le contraddizioni future, congela il personaggio nella versione più utile e gli garantisce l’ultimo balzo verso la consacrazione. Da celebrità diventa icona, da essere umano diventa reliquia, da autore di qualche canzonetta diventa maestro universale. A quel punto può essere fatto votare, pregare e pensare come preferisce chi lo cita. È una forma di pensiero primitivo con una buona colonna sonora: prima si costruisce l’idolo, poi gli si mettono in bocca le proprie idee, infine lo si convoca per dimostrare di avere ragione.
Il bersaglio autentico, dunque, non sono Guccini, De André o Battisti, ma chi ha bisogno delle celebrità per certificare il proprio pensiero e, quando muoiono, delle loro spoglie simboliche per renderlo apparentemente incontestabile. I morti sono perfetti: non precisano, non protestano, non cambiano opinione, non chiedono di essere lasciati in pace e soprattutto non possono sottrarsi alla tessera che qualcuno infila loro in tasca. Più che la grandezza degli artisti, queste contese mostrano la sterilità culturale di chi non riesce a produrre un pensiero presente e deve rimettere in circolazione qualche celebrità del passato per procurarsi, di riflesso, una statura che non possiede. Una canzone può commuovere senza diventare un trattato di filosofia politica. Un autore può avere intuito qualcosa di interessante e avere detto, fatto o pensato molte sciocchezze nel resto del tempo. Accettarlo non riduce l’arte: riduce soltanto la nostra dipendenza dagli altari. Ma gli altari restano molto comodi, soprattutto quando chi vi è collocato è morto. I morti votano sempre per chi li cita. Friedrich Nietzsche lo aveva scritto nella prefazione del Crepuscolo degli idoli, composto nel 1888:
«Ci sono più idoli che realtà nel mondo.»





