Il discorso di Liliana Segre a Livorno
A cura di Roberto Pizzi.
Dal n. 34 de Il Tempo e l’Idea del prof. Bruno Di Porto riportiamo, come annunciato nel precedente articolo dal titolo”Gli Ebrei toscani nella Resistenza”, il testo della relazione svolta da Liliana Segre il 30 gennaio 1994, nell’ambito della “Celebrazione nel 50° anniversario della deportazione degli Ebrei e della Resistenza, a Livorno” (Cimitero “La Cigna”). Nel 2018 la Segre sarà nominata Senatrice a vita della nostra Repubblica.
Livorno, 30 gennaio 1994
Mi chiamo Liliana Segre e sono una delle poche superstiti del campo di sterminio di Auschwitz. Sono qui tra voi oggi per testimoniare quello che accadde il 30 gennaio del 1944.Avevo allora 13 anni e, insieme al mio papà (ero orfana di mamma), per sfuggire alla cattura, nel dicembre 1943 avevo tentato la fuga in Svizzera. Respinti dagli Svizzeri, al confine fui arrestata e, dopo aver passato giornate tremende nel carcere di Varese prima e di Como poi, fui trasferita a Milano a S. Vittore.Vi arrivammo intorno al 20 dicembre: carcere gelido, sulle pareti delle celle scritte agghiaccianti di altri che prima di noi avevano patito e sofferto. Regnava un’atmosfera di grande paura generale, paura degli interrogatori feroci, occhi sbarrati di bambini e di vecchi invalidi ai quali non era possibile far avere né cure mediche, né acqua calda, né cibo decente, ma soprattutto era la paura della deportazione annunciata e della quale si parlava in realtà senza sapere né ladestinazione, né la data, ma certo senza immaginare neanche lontanamente quale sarebbe stata poi la realtà. Rimasi per quaranta giorni a S. Vittore.Ogni giorno arrivavano nuovi arrestati, come noi gente spaventata, inseguita, ricercata, catturata, gente che fuggiva da mesi.Continuamente gli SS chiamavano gli uomini per interrogarli: gli agenti della Ghestapo volevano sapere dove erano i nostri soldi, mobili, gioielli, dove erano nascosti i nostri parenti ed amici.Io aspettavo da sola nella cella che il mio papà tornasse: non ero solo figlia, ero madre, ero moglie, sorella, amica, ero vecchia anche se avevo solo 13 anni. Poi lui tornava, stremato, dopo ore, pallido, la barba più lunga, gli occhi più infossati: ci abbracciavamo, lui non voleva raccontare, era distrutto, io piangevo, finalmente vicina a lui. Quando verso la fine di gennaio il carcere fu pieno di ebrei provenienti davarie città, il V raggio rigurgitava di gente disperata. La sera del 29 gennaio un drammatico appello di più di 600 nomi segnò implacabilmente il destino dei chiamati e ci guardavamo l’un l’altro con una muta domanda: dove ci porteranno? Si facevano mille ipotesi: sarà un campo di lavoro? ma allora perché deportano anche i malati e i neonati? sarà lontano? sarà in Germania? Ma sembrava impossibile che il governo italiano permettesse la deportazione all’estero di cittadini italiani, anche se ormai di seconda classe. La livida mattina del 30 gennaio ecco che eravamo pronti: una fila di gente che si era preparata con quel decoro borghese ancora rimasto: le mamme avevano lavato con cura i bambini, ricordo le signore anziane col cappello, e tutti avevano le misere cose rimaste dopo l’arresto e la confisca di qualunque valore; qualcuno non aveva niente! La vedo ancora quella lunga fila che si snodava attraverso il carcere e mi ricordo che per uscire attraversammo un altro raggio di detenuti comuni, i quali, affacciati lungo il ballatoio davanti alle loro celle, furono straordinari, ci gridavano parole d’affetto e di incoraggiamento, chi ci gettava una mela, chi un arancio, chi un paio di calze; a me arrivò sulla testa un pacchettino di biscotti, alzai la testa per vedere chi me l’avesse buttato e vidi un omone grande e grosso vestito con la divisa da carcerato che mi gridò: mi chiamo Bianchi, ricordati di me, vi vogliamo bene, non avete fatto niente, coraggio, ce la farai! E così uscimmo con questo viatico di generosità: il Bianchi sarà stato un ladro, sarà stato un assassino, ma fu tanto più ricco di umanità di tutte quelle brave persone che non si affacciarono alle finestre delle loro “tiepide case” quando la lunga fila dei camion traversò la città per andare alla stazione centrale. Arrivati alla stazione, non ci fecero certo partire dalle normali banchine di partenza: nei sotterranei della stazione, da sempre rifugio per chi è arrivato all’ultima spiaggia, ecco che un treno bestiame era preparato per noi, ed ecco gli SS, con tutto il loro classico armamentario terrorizzante e con i cani lupo ben addestrati, che in pochi minuti, a calci, pugni e bastonate, ci caricarono tutti sui vagoni che, appena riempiti, venivano chiusi e piombati; eravamo ammassati, era buio ed avevamo solo un secchio per gli escrementi e un po’ di paglia per terra.Dopo qualche tempo il treno si mosse e quel 30 gennaio segnò l’inizio di un viaggio che nessuno scrittore seppe mai descrivere: al principio si sentì piangere, un coro di pianti, poi si sentì pregare, poi man mano che i giorni passavano (furono sei) non si sentì quasi più nulla se non il pianto di qualche bimbo affamato: un silenzio terribile e solenne calò su tutti noi condannati e fu solo il rumore delle ruote del treno che, girando implacabilmente, ci allontanavano da tutto quello che era stato il nostro mondo, la casa, gli affetti, i visi amici, il suono della nostra lingua. All’alba del 6 febbraio 1944 arrivammo ad Auschwitz. La prima selezione fu all’arrivo. Circa l’80% di quelli che arrivarono fu eliminato il giorno stesso, gasato e bruciato nei crematori del campo. Era il GENOCIDIO.
Gli altri furono avviati al lager, poi rapati a zero, tatuati con il numero sul braccio sinistro, depredati assolutamente di tutto, rivestiti di stracci; cominciava la lunga prigionia, il terrore, la solitudine, la violenza, il freddo, la fame, le botte, le umiliazioni, il lavoro da schiavi, le torture, gli esperimenti, la spersonalizzazione fino per alcuni alla perdita dell’identità, la morte. lo ero una povera ragazzina tredicenne sola e disperata che dovette adattarsi a regole spietate ed assurde in un mondo inimmaginabile. Fui prigioniera per quasi un anno e mezzo, lavorando in una fabbrica di munizioni, scheletrita, sporca, affamata; durante le marce di trasferimento frugavo in mezzo agli immondezzai pur di mettere in bocca qualcosa, avevo paura e non volevo morire, cercavo di sdoppiarmi, cercavo di non essere lì con il cervello, immaginavo i luoghi della mia infanzia serena, cercavo di non vedere e di non sentire. Intorno a me era solo orrore, il camino bruciava emanando l’odore dolciastro della carne incenerita, le prigioniere erano ridotte a larve (e spesso era difficile stabilire che età avessero), picchiate e prese a calci per un nonnulla. Sfuggii tre volte alla selezione per il gas, marciai nella neve, nel gelo, vidi mucchi di cadaveri nudi sulla neve, senza nome. Imparai a convivere con il mio corpo che aveva bisogno di tutto e non aveva niente, imparai a trovare la forza in me stessa per scegliere sempre e comunque la vita. Di quel trasporto del 30 gennaio 1944 siamo tornati in 21. La mia testimonianza può fermarsi qui; voglio aggiungere solo poche considerazioni che mi sembrano importanti: sulla Shoa tanti hanno scritto e raccontato e qualcuno si chiederàperché si continua a parlarne. Io ho cominciato a parlarne solo 3 anni fa. Al mio ritorno e per 45 anni scelsi il silenzio, sia per la mia incapacità di comunicare ad altri la lotta che avevo combattuto per non perdermi, sia per l’impossibilità di descrivere quello che avevo visto e sofferto a persone che non potevano capire o che erano addirittura incredule. Ma quando ho compiuto 60 anni ho deciso che non potevo più aspettare, che dovevo testimoniare per dovere verso i morti, e ho cominciato ad andare nelle scuole, nei circoli, nelle parrocchie, la dove trovo chi mi vuole ascoltare, e questo perchè penso che bisogna trasmettere a tutti e specialmente ai giovani queste esperienze storiche; essi – i giovani – sono “le candele della memoria”. Ad essi il nostro tragico passato puòinsegnare che alle parole odio, sopraffazione, crudeltà, morte, si può rispondere con le parole pace, solidarietà, generosità, vita. E la mia personale risposta sono anche i miei meravigliosi figli e i miei cari nipoti: essi rappresentano la vittoria più bella contro la soluzione finale. Essi sono la vita!





