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Il declino della democrazia repubblicana non nasce con l’attuale governo

di Biagio Marzo.

Il declino della democrazia repubblicana italiana non nasce con l’attuale governo di destra presieduto da Giorgia Meloni (nella foto). È un processo lungo, stratificato, che affonda le sue radici almeno nella fine degli anni Settanta e attraversa tutti i decenni successivi. Nasce quando le maggioranze politiche di allora non ebbero il coraggio — o la forza — di affrontare le necessarie riforme costituzionali e istituzionali. Il primo leader a comprendere che, metaforicamente, la barca della Repubblica stava imbarcando acqua fu Bettino Craxi. La sua proposta di “Grande riforma” restò però lettera morta, nonostante l’insediamento di Commissioni bicamerali chiamate a mettere mano all’assetto dello Stato. Né la Bicamerale presieduta da Aldo Bozzi, né quella di Nilde Iotti, né quella guidata da Ciriaco De Mita e, infine, la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema riuscirono a raggiungere l’obiettivo. Il risultato fu che il Parlamento, rinunciando a riformarsi, iniziò lentamente a perdere funzione, ruolo e centralità, infliggendosi da solo un colpo durissimo. Un primo, grave arretramento fu la revisione delle guarentigie parlamentari. Le immunità, riformate nel 1993, furono ridotte in nome di un giustizialismo allora dominante: venne eliminata l’autorizzazione a procedere per le indagini penali, restando solo le tutele per la libertà personale e l’insindacabilità per opinioni e voti. Una trasformazione che mutò l’immunità da garanzia dell’indipendenza del Parlamento a semplice concessione, indebolendo l’equilibrio tra poteri.

Negli anni di Mani pulite , figlia della stagione di Tangentopoli, la politica scelse la ritirata. Come le tre scimmiette dei romanzi gialli — non vedere, non sentire, non parlare — la maggioranza preferì abbandonare i governi politici e affidarsi a esecutivi tecnici. Il primo fu quello guidato da Carlo Azeglio Ciampi, seguito dal governo di Lamberto Dini, poi da Mario Monti. Con Sergio Mattarella  si consolidò una prassi ormai strutturale: prima Giuseppe Conte, poi Mario Draghi, entrambi non eletti, furono chiamati a guidare l’esecutivo. Presidenti della Repubblica diversi per storia e sensibilità accettarono così, di fatto, l’incapacità dei partiti di esprimere una leadership politica, spostando il baricentro decisionale fuori dal circuito rappresentativo. Un ulteriore scossone arrivò con la riforma del Titolo V, approvata nel 2001 sotto il governo di Giuliano Amato. Nata per rispondere alle spinte federaliste della Lega Nord, quella riforma ridisegnò i rapporti tra Stato e autonomie territoriali, producendo però più conflitti che soluzioni. Non a caso Matteo Renzi tentò di correggerne gli effetti con una revisione costituzionale poi bocciata dal referendum. Oggi la Lega di Matteo Salvini ripropone l’autonomia differenziata, con il rischio concreto di spaccare il Paese e penalizzare il Mezzogiorno.

E la presidente Giorgia Meloni considera la madre di tutte le riforme: il premierato. Concepito di dare più potere all’esecutivo rispetto al Parlamento e alla carica del Presidente della repubblica. Il populismo ha fatto il resto. Il governo di Enrico Letta avviò il taglio dei costi della politica svuotando le casse dei partiti. Ma il colpo più violento arrivò con il governo Conte sostenuto da M5S e Lega: il taglio dei parlamentari, approvato con il referendum confermativo del 2020, ridusse deputati e senatori senza rafforzare le funzioni del Parlamento, indebolendo ulteriormente la rappresentanza. In questo quadro si inserisce oggi la riforma della giustizia, approvata da una maggioranza allargata, ma per nulla discussa nel Parlamento . La separazione delle carriere, coerente con il modello del processo accusatorio, e l’istituzione di nuovi organi di autogoverno segnano un passaggio delicato, destinato a essere sottoposto a referendum confermativo. Anche qui il problema non è la riforma in sé, ma il contesto: un Parlamento già marginalizzato, chiamato a ratificare più che a deliberare, mentre il confronto pubblico resta debole e frammentato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un assalto progressivo alla Costituzione, senza colpevoli innocenti. Il populismo ha eroso la democrazia rappresentativa, spostando il baricentro del potere da Montecitorio e Palazzo Madama a Palazzo Chigi, attraverso un uso crescente dei decreti-legge e una produzione normativa sempre più eterodiretta dall’esecutivo. La crisi della democrazia italiana non è dunque episodica né contingente. È strutturale. E senza un ritorno alla centralità del Parlamento, alla forza dei partiti e a una partecipazione consapevole dei cittadini, nessuna riforma — istituzionale o giudiziaria — potrà davvero salvarla.

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