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Le spiegazioni semplici sono quasi sempre quelle meno vicine alla realtà, non legittima difesa ma cognizione sotto sequestro

Paolo Benini.

Ho letto con interesse il vostro articolo sulla legittima difesa in Europa e nel mondo e vorrei proporre una riflessione che non nasce da una prospettiva giuridica ma psicologica. Premetto subito un punto, così da evitare equivoci. Non sono un avvocato né un esperto di diritto penale e, per quello che posso comprendere dell’attuale legislazione italiana, condivido anch’io l’idea che il comportamento di Mario Roggero difficilmente possa essere ricondotto all’istituto della legittima difesa. Nel momento in cui spara, la rapina, sotto il profilo giuridico, ha ormai assunto un’altra natura e la risposta del gioielliere non può essere facilmente qualificata come difesa dell’aggressione in atto. La mia osservazione riguarda però un piano diverso, quello del funzionamento umano. Da molti anni mi occupo di comportamento sotto pressione, prevalentemente nello sport di alto livello, ma i meccanismi psicologici che studio non appartengono allo sport: appartengono all’essere umano. Sono gli stessi che si attivano quando un atleta deve prendere una decisione in pochi decimi di secondo, quando un pilota affronta un’emergenza, quando un chirurgo gestisce una complicanza improvvisa o quando una persona si trova improvvisamente davanti a una minaccia per la propria vita o per quella dei propri familiari.

Nel blog Life and Mind, che fa capo al mio gruppo ed è dedicato proprio allo studio del comportamento umano, abbiamo proposto una riflessione che continuo a ritenere centrale: il diritto ha necessariamente bisogno di stabilire quando il pericolo cessa, ma il cervello umano non dispone di un interruttore che, nello stesso istante, spenga la percezione della minaccia. Quando alcuni rapinatori entrano armati in una gioielleria, minacciano il titolare e la sua famiglia mostrando armi che in quel momento appaiono autentiche – poco importa che una si rivelerà successivamente una pistola giocattolo, perché durante l’azione nessuno può saperlo – e uno di loro impugna anche un coltello, l’organismo entra automaticamente nella risposta di fight or flight. È un programma biologico antichissimo, non una scelta razionale. Cambiano frequenza cardiaca, secrezione ormonale, distribuzione dell’attenzione, modalità decisionali. La corteccia prefrontale perde progressivamente peso a favore di sistemi molto più rapidi e primitivi. Compare spesso quello che definiamo tunnel attentivo: la mente si restringe, seleziona pochi stimoli, perde capacità di valutare alternative, di stimare tempi, di ragionare con il distacco con cui lo farà un giudice mesi dopo leggendo gli atti. Questo non significa affermare che Roggero fosse incapace di intendere e di volere, né tantomeno sostenere che la sua reazione fosse giuridicamente lecita. Significa soltanto riconoscere che tra la cessazione giuridica del pericolo e la cessazione soggettiva della percezione del pericolo può esistere uno scarto importante.

I rapinatori stanno fuggendo, è vero. Ma stanno fuggendo perché l’azione è ancora in corso dal loro punto di vista. Roggero continua a vivere la medesima sequenza iniziata pochi secondi prima. Psicologicamente non esiste una cesura netta tra l’ingresso dei rapinatori nella gioielleria e gli spari avvenuti subito dopo all’esterno. È un’unica catena percettiva, emotiva e comportamentale. Per questo motivo continuo a ritenere che, indipendentemente dall’esito giuridico, sarebbe stato importante approfondire il suo stato cognitivo nel momento del fatto. Non mi risulta – e questa impressione deriva anche da alcune interviste rilasciate dal fratello – che sia stata svolta una valutazione peritale specificamente orientata a ricostruire il funzionamento psicologico di Roggero durante quei pochi, drammatici secondi. Naturalmente potrei non conoscere tutti gli atti processuali, ma se così fosse considero questa un’assenza significativa. Mi riferisco non tanto alla classica valutazione della capacità di intendere e di volere, quanto alla possibilità di comprendere se, in quella condizione estrema, la sua capacità di valutazione, il controllo esecutivo, la flessibilità cognitiva e la percezione della cessazione del pericolo fossero profondamente alterati. A questo si aggiungono almeno due elementi che meritavano attenzione: le precedenti rapine subite nello stesso esercizio commerciale, che possono aumentare enormemente la sensibilità ai segnali di minaccia, e le caratteristiche individuali della persona, come una possibile rigidità cognitiva o specifiche modalità di risposta allo stress, senza che questo significhi evocare alcuna patologia. È per questo che, pur non parlando di legittima difesa, faccio fatica a considerare quindici anni di reclusione una risposta pienamente proporzionata alla complessità psicologica di quanto accaduto. Roggero non ha soltanto provocato la morte di due persone e il ferimento di una terza: in senso figurato ha distrutto anche la propria esistenza. Comprendere come il cervello umano funzioni in condizioni estreme non significa assolvere nessuno. Significa semplicemente giudicare i comportamenti sapendo come realmente nascono.

C’è infine un ultimo aspetto che mi ha colpito. Dai resoconti giornalistici emerge che nelle motivazioni della sentenza abbia assunto rilievo anche un episodio del 2005, quando Roggero minacciò con una pistola il fidanzato della figlia dopo che quest’ultima aveva riferito di essere stata violentemente aggredita. È un episodio grave e nessuno intende minimizzarlo. Tuttavia, proprio qui emerge quanto il bicchiere possa essere letto mezzo pieno o mezzo vuoto. Quell’episodio può certamente essere interpretato come il segnale di una modalità impulsiva di reagire alle aggressioni. Ma può anche essere letto in modo diverso. Roggero oggi ha settantadue anni. Prima del 2005, per quanto risulta pubblicamente, non emergono fatti analoghi. Dopo il 2005, ancora una volta, non emergono altri episodi fino alla rapina della gioielleria. E anche quel precedente si colloca all’interno di un contesto nel quale egli riteneva di intervenire a tutela di una figlia appena aggredita. La domanda allora è inevitabile: nella valutazione complessiva di una persona pesa di più un singolo episodio, per quanto grave, oppure dovrebbero pesare anche gli altri settant’anni della sua vita nei quali nulla di simile risulta essersi verificato? Non ho una risposta definitiva. Ho però la convinzione che, quando si analizza il comportamento umano, le spiegazioni semplici siano quasi sempre quelle meno vicine alla realtà.

Le spiegazioni semplici sono quasi sempre quelle meno vicine alla realtà, non legittima difesa ma cognizione sotto sequestro

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