Il calcio italiano e il commissario trovato in casa, il problema non è il nome ma l’organizzazione
Paolo Benini.
Ho con interesse l’articolo dedicato a Silvio Baldini e all’ipotesi che il calcio italiano possa aver trovato in casa il commissario tecnico della Nazionale. La lettura mi ha suggerito alcune riflessioni che vorrei condividere, non tanto sul singolo allenatore, quanto sul modo in cui in Italia affrontiamo il tema della prestazione e dell’organizzazione.
Ciò che colpisce osservando il dibattito attorno alla Nazionale è la costante ricerca del personaggio. Mancini, Spalletti, Baldini, Gattuso. Cambiano i nomi, ma la struttura della discussione rimane sostanzialmente la stessa. Si cerca il leader, il trascinatore, l’uomo capace di invertire da solo una tendenza negativa. È una dinamica che nel calcio appare particolarmente evidente, ma che si ritrova anche nelle aziende, nelle istituzioni, nella politica e in molte organizzazioni complesse. Quando un sistema attraversa una fase difficile, la tentazione è quella di individuare il salvatore della patria. Eppure la letteratura scientifica sulla prestazione e sulle organizzazioni suggerisce da tempo una conclusione diversa. Dai lavori di Peter Drucker sulla cultura organizzativa fino agli studi di Edgar Schein e alla ricerca contemporanea sulle High Performance Organizations, i risultati duraturi non nascono quasi mai dall’azione di singole personalità straordinarie. Nascono dalla qualità dei processi, dalla chiarezza delle regole, dalla coerenza degli obiettivi e dalla capacità di un sistema di sopravvivere ai cambiamenti delle persone che lo guidano. Quando una comunità continua a cercare eroi, spesso significa che non ha ancora costruito un’ossatura sufficientemente solida per fare a meno di loro.
Per questo motivo faccio fatica a condividere una lettura esclusivamente morale delle difficoltà del calcio italiano. I cosiddetti lestofanti non rappresentano un’anomalia nazionale. In ogni sistema competitivo esistono interessi individuali. Il procuratore cerca commissioni, il giocatore cerca il miglior contratto possibile, il dirigente tutela la propria posizione, il proprietario desidera un ritorno economico. Accade in Italia come nel resto del mondo. La psicologia delle organizzazioni e l’economia comportamentale insegnano che il problema non consiste nell’eliminare gli interessi individuali, ma nel renderli compatibili con un obiettivo comune. Le organizzazioni efficienti non funzionano perché le persone diventano improvvisamente altruistiche. Funzionano perché riescono a trasformare motivazioni differenti in una direzione condivisa. È il principio che ritroviamo nella Goal Setting Theory di Locke e Latham, nella Self-Determination Theory di Deci e Ryan e in gran parte delle moderne teorie della motivazione. Il mondo reale non va immaginato diverso da ciò che è. Va compreso e governato per ciò che è. Una federazione, un’organizzazione o un’impresa non dovrebbero avere il compito di inseguire continuamente equilibri provvisori, ma di costruire un sistema nel quale interessi individuali e obiettivi collettivi possano convergere in modo funzionale.
Forse è anche per la mia formazione medica, per la lunga esperienza universitaria e per l’attività svolta nell’insegnamento che la mia attenzione continua a rivolgersi con interesse ai processi di formazione. Non perché consideri meno importanti gli atleti di vertice, con i quali ho lavorato e continuo a lavorare, ma perché la prestazione non nasce improvvisamente quando un atleta arriva in Nazionale. Nasce molto prima. Nasce dall’interazione continua tra caratteristiche individuali, qualità dell’allenamento, contesto relazionale, cultura organizzativa e sistema di valori. Da molti anni definisco la prestazione come la capacità di esprimere il proprio massimo potenziale riducendo al minimo le interferenze che ne ostacolano l’espressione. Ma le interferenze non sono soltanto mentali o tecniche. Possono essere organizzative, culturali, comunicative e gestionali. Per questo una vera filosofia della prestazione non può limitarsi all’atleta. Deve riguardare l’intero ecosistema nel quale l’atleta cresce. È qui che vedo una delle principali criticità del nostro sistema sportivo. Troppo spesso assistiamo all’emergere di eccellenze individuali o di gruppi particolarmente efficaci, vere e proprie isole felici che riescono a produrre risultati straordinari grazie alla qualità delle persone che le guidano. Molto più raramente osserviamo sistemi consolidati, capaci di generare con continuità competenze, cultura e risultati nel tempo. Ciò che spesso manca non è il talento, né la passione, né le risorse. Manca una visione condivisa, una missione chiara e una filosofia organizzativa sufficientemente forte da orientare le decisioni quotidiane, dai settori giovanili fino ai livelli più elevati. Anders Ericsson, Carol Dweck e Albert Bandura hanno mostrato, da prospettive differenti, come l’eccellenza sia il prodotto di processi lunghi, coerenti e cumulativi. Nessuno di questi modelli si fonda sull’attesa dell’uomo provvidenziale. Tutti, al contrario, richiamano l’importanza dell’ambiente, del metodo e della continuità. Per questo la domanda più importante non è chi sarà il prossimo commissario tecnico. La domanda più importante è quale filosofia guiderà il calcio italiano nei prossimi vent’anni e quale sistema saremo capaci di costruire per sostenerla.





