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Hantavirus, messa alla prova la rete di protezione costruita dopo il Covid

Quattro persone in quarantena dopo essere entrate in contatto con una persona deceduta per Hantavirus. L’8 maggio sfogliamo.eu ha pubblicato un articolo del professor Emanuele Montomoli (nella foto) su quello che è successo, su quello che può accadere e sulla verifica del funzionamento della rete di protezione costruita dopo il Covid.

Emanuele Montomoli*.

Ci sono epidemie che esistono due volte. La prima è quella che arriva nei titoli: i morti, la nave bloccata, i passeggeri monitorati, l’Organizzazione Mondiale della Sanità che convoca briefing tecnici e aggiorna le linee guida. Questa è la parte visibile, quella che si racconta in televisione. Poi ce n’è un’altra: più lenta, più silenziosa, quella che si muove nei laboratori di microbiologia, nelle stanze sterili dove i campioni vengono aperti sotto cappe di biosicurezza e trasformati in dati genetici. È lì che la scienza sta cercando di capire cosa sia realmente accaduto sulla nave da crociera MV Hondius.

Perché il punto, oggi, non è soltanto contenere il focolaio, è capire se il virus si è comportato come previsto oppure no, e soprattutto, capire se qualcosa è cambiato.

Quando il 7 maggio l’OMS ha confermato che il ceppo coinvolto appartiene al virus Andes, quella certezza non arrivava dall’osservazione clinica dei pazienti. Arrivava dal sequenziamento genetico dei campioni biologici prelevati sui casi confermati.

È un passaggio cruciale, perché nella gestione delle epidemie moderne il laboratorio viene prima della narrativa pubblica, prima si sequenzia, poi si parla. Le analisi effettuate sui campioni dei tre pazienti deceduti hanno mostrato sequenze virali identiche al 99,99%. In termini virologici significa una cosa precisa: il virus non ha avuto il tempo di modificarsi in modo significativo passando da un ospite all’altro. La catena di trasmissione è recente, ravvicinata, compatibile con un cluster ristretto sviluppato in ambienti condivisi per lunghi periodi. Ed è qui che la Hondius diventa epidemiologicamente interessante, perché il virus Andes non è un Hantavirus qualunque.

Gli Hantavirus sono virus a RNA normalmente associati ai roditori selvatici. Gli animali fungono da serbatoio naturale senza ammalarsi, mentre l’uomo si infetta inalando particelle aerosolizzate provenienti da urina, saliva o feci contaminate. Nella quasi totalità dei casi la trasmissione si ferma lì: roditore-uomo. Il virus Andes rappresenta l’eccezione, è l’unico Hantavirus per cui la letteratura scientifica abbia documentato una trasmissione interumana sostenuta, osservata soprattutto nei grandi focolai argentini della Patagonia tra anni ’90 e primi anni 2000. Non si tratta di una diffusione “aerea” nel senso pandemico del termine. Non basta entrare pochi minuti in una stanza. Servono convivenze prolungate, ambienti chiusi, contatti stretti e ripetuti che possono creare le condizioni per il contagio.Una nave è esattamente questo tipo di ambiente, spazi ristretti, cabine condivise, settimane senza reale separazione fisica tra passeggeri ed equipaggio.

Ed è per questo che il caso Hondius ha immediatamente attirato l’attenzione della rete internazionale di sorveglianza. Dietro le comunicazioni ufficiali dell’ECDC (EuropeanCentre for Disease Prevention and Control) esiste infatti una struttura poco conosciuta al grande pubblico: la rete europea dei Laboratori di Riferimento per le malattie emergenti. È una sorta di sistema nervoso scientifico costruito proprio per eventi come questo. Virus rari, diagnostica limitata e necessità di standardizzare rapidamente test e protocolli tra Paesi diversi.

Quando il focolaio ha assunto una dimensione internazionale, la rete si è attivata quasi automaticamente. Alcuni laboratori europei non avevano esperienza diretta con il virus Andes, altri sì, ma su numeri estremamente limitati. Il problema non era soltanto diagnosticare i casi, era garantire che tutti stessero usando gli stessi criteri diagnostici, gli stessi controlli molecolari, le stesse procedure di conferma. Perché senza standardizzazione i dati epidemiologici diventano inutilizzabili. È questo il lavoro invisibile che permette poi all’OMS di affermare pubblicamente che i campioni risultano compatibili con il ceppo Andes e che le sequenze coincidono quasi perfettamente.

Per capire davvero cosa stia succedendo, però, bisogna guardare soprattutto all’Argentina. Il Paese convive con l’Hantavirus da decenni, il grande spartiacque fu il focolaio di El Bolsón del 1996, quando per la prima volta venne documentata con chiarezza la trasmissione interumana del virus Andes. Da allora Buenos Aires ha costruito una delle reti di sorveglianza più avanzate al mondo per questa malattia: monitoraggio dei roditori, laboratori regionali, bollettini epidemiologici settimanali, protocolli di contenimento.Eppure qualcosa, negli ultimi mesi, sembra essersi complicato, la stagione epidemiologica 2025-2026 ha registrato numeri superiori alla media storica e una mortalità insolitamente elevata. Le ipotesi aperte sono diverse: cambiamenti climatici che alterano il comportamento dei roditori, variazioni ecologiche nelle popolazioni selvatiche, oppure possibili differenze genomiche nei ceppi circolanti. È una delle domande scientifiche più importanti di questo momento, perché se il virus Andes della stagione attuale presentasse mutazioni funzionalmente rilevanti, il caso Hondius potrebbe non essere un semplice incidente epidemiologico isolato, ed è proprio questo che i laboratori stanno cercando di capire. L’Argentina ha già inviato migliaia di kit diagnostici a laboratori distribuiti tra Europa, Africa e Regno Unito per evitare ritardi nell’identificazione di eventuali nuovi casi. L’obiettivo è semplice: non costringere ogni campione sospetto a essere inviato ai centri di riferimento sudamericani, riducendo tempi mortali nella diagnosi. Perché l’Hantavirus pone un problema clinico enorme: all’inizio sembra un’influenza, febbre, dolori muscolari, mal di testa, brividi, insomma sintomi completamente aspecifici. Ed è probabilmente questo il motivo per cui il primo decesso sulla Hondius potrebbe non aver immediatamente acceso un allarme epidemiologico internazionale, solo la comparsa dei casi successivi ha reso leggibile il pattern, è il classico problema delle malattie rare: il cervello umano tende a interpretare per prima l’ipotesi più comune. Nessun pronto soccorso europeo pensa automaticamente all’Hantavirus davanti a una febbre influenzale, a meno che non emerga un dettaglio decisivo: la storia di viaggio.

Oggi l’OMS raccomanda ai passeggeri della crociera di monitorare eventuali sintomi per 45 giorni dall’ultima esposizione possibile e di comunicare immediatamente ai medici la partecipazione alla spedizione. Il rischio per la popolazione generale europea resta considerato molto basso, ed è importante capire cosa significhi davvero questa frase. Non significa “nessun rischio”, significa che il virus non circola stabilmente in Europa, non ha un serbatoio animale nel continente e non si trasmette facilmente nella vita quotidiana ordinaria. Ma significa anche un’altra cosa: il rischio resta basso solo se il sistema di sorveglianza funziona, se i casi vengono riconosciuti, se i laboratori condividono dati rapidamente, se il sequenziamento continua e se il tracciamento regge anche quando i passeggeri si disperdono in cinque o sei Paesi diversi dopo settimane in mare.

È questa, oggi, la vera sfida scientifica dietro il caso Hondius, non solo capire come sia iniziato il focolaio, ma dimostrare che la rete internazionale costruita dopo Covid è davvero in grado di intercettare un’emergenza anche quando compare lontano dai radar, in mezzo all’Atlantico, dentro una nave che fino a poche settimane fa nessuno conosceva.

*Emanuele Montomoli è professore ordinario di Igiene e Sanità pubblica dell’università di Siena

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