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Gli ebrei toscani nella Resistenza

Roberto Pizzi.

Dalla  relazione svolta dal  professor Bruno Di Porto (professore di Storia del Giornalismo all’Università di Pisa) nell’ambito della “Celebrazione nel 50° anniversario della deportazione degli Ebrei e della Resistenza, a Livorno” (Cimitero “La Cigna”) il 30 gennaio 1994, possiamo attingere anche varie informazioni sull’impegno degli Ebrei toscani durante la Resistenza.  Tale relazione è tratta dal notiziario Il Tempo e l’Idea (Febbraio 1994), che il compianto storico stampava in casa e che inviava per gradita e reciproca amicizia anche a chi scrive queste note. Nel testo si riportano le considerazioni in merito alle forme più attive di aiuto alla causa della libertà che gli ebrei toscani offrirono alla lotta di liberazione. Vi è poi trascritto l’ intero testo dell’intervento di Liliana Segre, che pubblicheremo però a parte in un altro articolo, per darle maggiore dignità, ritenendolo una testimonianza scritta  di alta intensità lirica da non dimenticare e da utilizzare anche  in questi drammatici momenti storici come aiuto semantico per dare il giusto significato a parole che troppo spesso circolano strumentalizzate per ignoranza o per vizio ideologico.

Secondo il  prof. Di Porto, dunque, il livello più coraggioso raggiunto dagli ebrei italiani fu quello della lotta armata. Senza enfatiche sopravalutazioni, si può dire che gli ebrei fornirono in Italia,come in ogni paese invaso, un notevole apporto alla Resistenza al nazifascismo. Su 40.000 che erano, pur braccati, fornirono centinaia di partigiani, in continuità con i filoni antifascisti di Modigliani, di Treves, a Livorno di Mondolfi ultimo sindaco socialista, dei fratelli Rosselli, di Umberto Terracini, Leo Valiani, Carlo Levi, Eugenio Artom, Ugo Della Seta, Raffaele Cantoni. A Pisa, Carlo Cammeo, maestro elementare, fu ucciso sulla porta della sua classe nel 1921.

Tra i partigiani caduti furono Emanuele Artom, Fenuccio Valobra, Leone Ginzburg, Eugenio Colorni, Eugenio Curiel, Enzo Sereni, Mario Jacchia, Rita Rosani, Franco Cesana il più giovane partigiano caduto che morì a dodici anni.

Emanuele Artom, azionista, giovane comandante partigiano, evitava più che poteva di pronunciare sentenze crudeli su prigionieri o su partigiani indisciplinati, secondo le dure norme di guerra invalse anche nelle file della resistenza. Aveva imparato dal padre la massima talmudica, secondo cui un tribunale che emana una condanna a morte ogni secolo era già troppo severo. I suoi carnefici non ebbero di questi scrupoli. Emanuele presentiva di non arrivare alla Liberazione: “Mi pare amarissimo vedere la vittoria sicura, ma sembra di non poterla afferrare e godere perché la morte la strappa via e ci porta lontano”.

Ferruccio Valobra, repubblicano, era stato ufficiale degli alpini. Pensò morendo a un’Italia più bella. Raccomandò alla figlia Mirella di dire un giorno ai suoi bambini che il nonno era stato un forte alpino e che era morto da scarpone. “Nelle file e nel nome della Resistenza” – scrive  Di Porto – “ritrovammo l’Italia con la nostra passione risorgimentale”. Di partigiani ebrei toscani o attivi in Toscana si ricordano: Eugenio Calò, nato a Pisa nel 1906, che aveva un’officina ad Arezzo. Si diede alla macchia pensando di essere in pericolo lui come uomo, ma gli portarono via la moglie Carolina e i tre bimbi. Li vendicò nella Resistenza. Combatté in Val di Chiana nella brigata Pio Bozzi. Passò e ripassò le linee. Fu preso. Lo interrarono coi compagni fino al collo e li fecero saltare colla dinamite. Alessandro Sinigaglia nacque a Firenze nel 1902 era chiamato il “mulatto rosso” perché il padre David, umile domestico, aveva sposato una americana di colore. Rosso anche per il colore politico maturato nello scontro con le squadrefasciste nella Firenze proletaria. Marinaio abituato ai lunghi viaggi, andò in Russia, da dove il partito lo mandò in Svizzera per tenere contatti con l’Italia. Combatté in Spagna nella marina della repubblica. Catturato dai falangisti, fu spedito in Italia e confinato a Ventotene. Dopo l’otto settembre, entrò nella resistenza. Un brutto giorno, mentre pranzava nella solita trattoria fiorentina, comprese che due coppie sedute al tavolo vicino erano lì per lui. Tentò la fuga ma lo inseguirono sparando. Si accasciò al suolo.

Gianfranco Sarfatti, fondatore del Fronte della gioventù a Firenze, portò i genitori in salvo in Svizzera e, ripassato il confine, si unì ai partigiani della Val d’Aosta, dove cadde.

Invece Matilde Bassani di Ferrara, già arrestata prima del 25 luglio, operò a Roma e in Toscana. Concetto Marchesi la definì un’intrepida compagna. E’ tra quelli che si sono salvati, come si salvò, ad un passo dalla morte, rav Elio Toaff, livornese, da più di quarant’anni rabbino capo di Roma, figlio di Alfredo Sabato Toaff, rabbino capo della città labronica.

La sua vicenda é narrata in un libro autobiografico del quale il professor Di Porto richiamava duepunti. Il primo riguarda  la prima sera della festa di Pesach, nella quale il padre distribuiva le vivande ai correligionari nascosti nelle vicinanze. Ai Toaff rimasero le azzime cotte alla meglio, il vino e poco altro, ma ritrovarono nell‘antico rito la serenità. Secondo punto: il giovane rabbino é chiuso dalle SS in una stalla con i compagni di sventura. Mentre lui mormora una preghiera, un giovane carabiniere scrive l’ultimo biglietto alla moglie. Le SS aprono la porta, li fanno denudare, orinano loro addosso, fanno scavare loro le fosse. Toaff viene in ultimo risparmiato, ma gli si imprime negli occhi il carabiniere che dalla fossa gli si protende col biglietto da portare alla moglie.

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