Donne d’autunno
Luciano Luciani.
Pesante la condizione femminile nell’ “autunno del medioevo”, ovvero i secoli XIV e XV. A tutti i livelli della vita sociale – faccia la donna parte della ristretta cerchia che gestisce il potere oppure appartenga alle classi subalterne – essa, rispetto agli uomini del suo tempo, dispone di una libertà molto ridotta ed è considerata – e trattata – come fisicamente debole e moralmente fragile: una creatura da proteggere dagli altri e da se stessa. Le donne sono dominate dall’egemonia maschile non solo sul terreno culturale, ma in tutti i campi della società. L’atteggiamento maschile nei confronti dell’altro sesso oscilla tra idealizzazione e sottovalutazione e l’agire femminile è limitato da norme e controlli sociali esercitati da padri, genitori, mariti, religiosi, confessori… Scrive comunque la storica tedesca Claudia Opitz che il tardo Medioevo si presenta non solo come un’epoca di conflitti e catastrofi, ma per le donne anche come un tempo di aperture e innovazioni: “Esse non si limitarono a patire crisi economiche ed epidemie, ma trassero vantaggio dalle possibilità che offriva loro una più grande mobilità sociale; presero parte alle innovazioni tecniche nel lavoro nelle campagne e nelle città, e in definitiva anche ai cambiamenti culturali e religiosi”.
In campagna.
Nell’economia del periodo la stragrande maggioranza della popolazione, almeno i nove/decimi, è legata strettamente alla terra ed è costituita da contadini: una categoria che conosce, però, non poche variabili. Infatti, “la moglie di un contadino che non possiede terre – sempre che questi possa sposarsi – ha assai poco in comune con la moglie di uno di quei ricchi contadini che comandano su serve e garzoni” (L’Hermite-Leclerc). Sempre in ogni caso la vita delle donne si svolge in un ristretto ambito geografico e a loro è fatto obbligo di abitare e sposarsi solo là dove si è venute al mondo. Compito principale delle donne è quello di prendersi cura dei membri della famiglia di appartenenza per nascita o matrimonio o servitù. Quindi a lei tocca una molteplicità di compiti, ripetuti, sempre uguali giorno dopo giorno per l’intera esistenza. La donna, secondo i ritmi di una fecondità naturale, mette al mondo i figli, li nutre, li lava, li culla… A lei, inoltre, tocca l’approvvigionamento idrico della casa, la panificazione casalinga, la cottura e la somministrazione dei cibi, la pulizia degli ambienti e delle persone che lì abitano comprendendo anche l’alimentazione, con conseguente raccolta della legna, e la pulizia del focolare domestico. Se le fonti iconografiche e letterarie narrano di una produzione agricola come attività prevalentemente maschile – per esempio l’aratura e la semina, la fienagione e la mietitura – toccano alle donne, oltre al bucato, la potatura; la raccolta dei frutti e la loro eventuale lavorazione e conservazione; l’orticoltura; la raccolta delle piante e delle erbe medicinali; la cura degli animali domestici; la produzione e una prima elaborazione dei materiali necessari (il lino; la lana, la seta) alle successive trasformazioni artigianali da svolgersi soprattutto nelle città di recente costituzione. E, nello svolgimento delle sue attività quotidiane, la donna è di frequente costretta a uscire dalle mura domestiche, per raccogliere la legna, per attingere l’acqua, per la biancheria da lavare, per la cura dell’orto: sono queste le occasioni di una informale sociabilità femminile che pure è in grado di creare legami, regolare la convivenza e in taluni casi favorire lo scambio tra individui, la cooperazione, e, se del caso, la solidarietà.
Nelle città.
Il lavoro femminile contribuì in larga misura allo sviluppo economico delle città tardo-medioevali. Infatti, un gran numero di donne era attivo nell’artigianato cittadino. Esse lavoravano autonomamente o come dipendenti da un padrone/imprenditore, oppure all’interno di corporazioni di mestiere come apprendiste, aiutanti, artigiane. Esse contribuivano alla produzione di manufatti di canapa, di seta, di pelliccia. Ricamatrici di seta, filatrici d’oro fabbricavano borse, sacche, cinture. Se troviamo donne impegnate in attività tradizionalmente femminili come lavare i panni e candeggiarli, oppure provvedere alla produzione alimentare di torte, pani, focacce o la macellazione delle carni e la spremitura dell’olio, nelle città dell’Europa del nord non è raro riconoscere una presenza femminile in attività maschili come l’edilizia e la metallurgia. Se cresce la presenza femminile nell’economia e in particolare nell’artigianato dell’ultimo Medioevo, però, a detta degli storici si tratterebbe di forme di lavoro subordinato svolte in attività poco gratificanti e che assai poco avrebbero contribuito a a mutare i rapporti di potere tra i sessi. Così scrive Friedrich Heer (1916 -1983) un grande storico del periodo compreso tra l’antichità e l’età moderna: “Donne lavorano in città, in moltissimi mestieri e professioni. A Parigi sono elencati 108 mestieri in cui lavorano le donne. Le donne fanno le loro prove come tessitrici, ricamatrici, commercianti, maestre artigiane che dopo la morte del marito portano avanti l’azienda con coraggio e perseveranza, come insegnanti e dottoresse, come dirigenti del grande commercio internazionale. Le città tedesche del tardo Medioevo decadono anche perché nei fiorenti mestieri femminili le donne vengono soppiantate dagli uomini. A Norimberga, a Basilea, e a Rostokogni mille uomini ci sono 1207, 1246, 1295 donne. Donne che non possono impiegare le loro grandi forze, donne che non trovano più una loro patria intellettuale e religiosa.
Le donne dell’aristocrazia
Abbiamo scarse informazioni circa la condizione materiale di vita delle donne tra le mura dei castelli, ovvero la parte privilegiata del genere. Certo il loro stato non è quello raccontato da tanta e tanta letteratura cavalleresca assai diffusa negli ambienti di corte. Nella stragrande maggioranza dei casi le donne, ancorché aristocratiche, accettano e subiscono matrimoni combinati e finalizzati alla procreazione e alla continuità della famiglia patrizia. Un matrimonio riuscito doveva essere ricco di figli, una buona moglie doveva essere più e più volte madre. Dall’abbondanza dei figli, infatti, non dipendevano solo l’eredità o i possedimenti familiari, ma anche costellazioni politiche di potere e la stabilità di interi gruppi di dominio: laddove mancava l’erede al trono, i contrasti di potere, i conflitti interni ed esterni, le guerre la sofferenza e la miseria erano sicuramente vicini.
Gli uomini sono assai di frequente assenti impegnati nella guerra, nell’ennesima crociata, nei tornei. E la condizione della donna, sia pur nobile, ci appare quasi sempre precaria, avventizia, provvisoria, contingente. E a loro va già bene. Peggio invece per la folla, in gran parte anonima, di figlie bastarde, di donne nubili, di vedove, di serve definite dal grande storico francese del medioevo Georges Duby (1919 – 1996) “un angolo morto della storia”. Solo di rado ammesse alla cultura, la loro posizione sociale le riconduceva sempre a fare figli: coloro che poi avrebbero fatto la storia: tale e unanimemente accettata come la natura e la vocazione delle donne. Insomma, anche nell’ “autunno del Medioevo” o ci si sposa o ci si vota allo sposo celeste: una scelta di vita monacale a cui danno seguito numerosissime fondazioni religiose, istituti, ordini e monasteri. Il luogo dove finalmente una donna può avere, per usare le parole di Virginia Woolf, “una stanza tutta per sé” è la cella del convento.





