D’Ercole (Cgil): “Non saremo spettatori passivi della disgregazione del Monte dei Paschi”
Alice D’Ercole*.
Sentiamo oggi il dovere morale e la responsabilità politica di prendere la parola in questa assemblea. Non lo facciamo per una difesa identitaria, ma per lanciare un grido d’allarme lucido, preoccupato e fermo su quello che rischia di essere un punto di non ritorno per la nostra comunità e per l’intero Paese.
Le operazioni che introducono processi di disaggregazione del perimetro del Gruppo della Banca Monte dei Paschi di Siena non sono semplici riorganizzazioni tecniche. Non è una partita finanziaria neutra da guardare sulle pagine dei giornali economici. È una scelta politica ed economica predatoria che, se andasse definitivamente in porto, produrrebbe danni irreversibili: un pericolo di lacerazione economica e sociale profondissima per questo territorio e un precedente devastante per tutto il Paese.
La posta in gioco è altissima. Il Gruppo Mps oggi dà lavoro direttamente a 22.000 persone, di cui 4.400 in Regione Toscana, e sono migliaia le aziende fornitrici che costituiscono l’indotto in tutto il Paese. Solo nella provincia di Siena le lavoratrici e i lavoratori diretti sono più di 2.200, oltre a circa 1.000 lavoratrici e lavoratori dell’indotto. E’ evidente che eventuali processi di smembramento del perimetro del Gruppo rischierebbero non solo di generare sovrapposizioni mettendo a rischio le funzioni direzionali e il perimetro delle filiali, ma di compromettere la capacità occupazionale e la massa salariale del settore creditizio con conseguenze pesantissime sul lavoro e le condizioni materiali di vita dei cittadini. Solo nella nostra provincia si rischierebbe una contrazione, che stima la Camera di Commercio di Siena e Arezzo, del PIL fino a 10 punti percentuali, aggravando la già compromessa situazione socioeconomica di un territorio depauperato da innumerevoli crisi industriali e arretramento produttivo. Dietro ogni sportello, ogni ufficio, ogni servizio, ci sono lavoratrici e lavoratori che hanno contribuito a fare di MPS un patrimonio economico, sociale, civile e identitario per questa città e per l’intero Paese.
Nel 2017 lo Stato intervenne massicciamente con risorse pubbliche, cioè con i soldi dei cittadini che pagano le tasse, per mettere in sicurezza il Monte. Fu una scelta dettata dal valore sistemico della Banca. Oggi quella stessa banca è non solo risanata, ma è il terzo polo bancario del Paese, un Gruppo che crea valore in autonomia e che ha mantenuto la vocazione di radicamento territoriale a sostegno dell’economia reale. Se questo è stato possibile lo dobbiamo a quella scelta politica e alle lavoratrici e ai lavoratori che, in lunghi anni di crisi profonda, hanno pagato il prezzo più alto. Hanno accettato sacrifici personali durissimi, tagli e riorganizzazioni per portare al rilancio dell’Istituto. Oggi Mps è una banca stabile che produce utili solidi. E sarebbe miope svendere questo patrimonio collettivo per consegnarlo alla logica della frammentazione, tradendo quell’investimento pubblico e quei sacrifici. Significherebbe indebolire la diversificazione bancaria in Italia, compromettere un modello di credito orientato al territorio, al sostegno alle piccole e medie imprese, agli investimenti produttivi e all’innovazione, alla tenuta delle aree interne del Paese, alla tutela delle famiglie e dei piccoli risparmiatori.
La vicenda Mps rischia di diventare la storia di un’altra Cenerentola italiana. È la fotografia di uno Stato in cui il Governo, invocando neutralità, rinuncia a difendere i dettami costituzionali ed esercitare i poteri consentiti dalle norme a salvaguardia del bene comune, dei territori, del lavoro e del pubblico interesse in un Paese che avrebbe bisogno di un sistema bancario plurale, competitivo e realmente al servizio dell’economia reale. Se passa l’idea che il terzo gruppo bancario italiano possa essere cancellato con un colpo di spugna, nessun asset strategico, nessun servizio essenziale in Italia si può dire al sicuro.
Una Banca che ragiona soltanto sul profitto di breve periodo smette di agire a beneficio dell’economia reale e di fare il suo mestiere e, quando lo fa, a pagare sono tutti, compresi in prospettiva gli azionisti. Per queste ragioni le valutazioni che oggi siete chiamati a fare, non possono essere solo orientate alla logica del guadagno immediato, ma vanno misurate anche nella loro capacità di produrre valore sociale, occupazionale e territoriale. Questo è quello che prevede la Costituzione Italiana al suo art. 41 che sancisce che l’iniziativa economica privata è libera ma che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. E allora chiedo a tutti voi. Qual è l’utilità sociale di smembrare il perimetro del Gruppo bancario più longevo di Europa? Qual è l’utilità sociale di condannare i territori alla desertificazione bancaria ed economica? Qual è l’utilità sociale di cedere ad altri Gruppi i centri decisionali e centinaia di sportelli, generando sovrapposizioni con il rischio concreto di doppioni, esuberi e pesantissime ricadute sociali sia sui dipendenti della banca e sulla loro professionalità, sia sul perimetro occupazionale dell’intero indotto che, in assenza di ammortizzatori interni, sarebbe immediatamente sottoposto a procedure di licenziamento?
Care socie e cari soci, le grandi sconfitte dei territori iniziano sempre con il silenzio della rassegnazione, con l’idea che “i giochi nei salotti finanziari siano già fatti”. Ma io rappresento il sindacato, le lavoratrici ed i lavoratori, le pensionate ed i pensionati, l’economia reale, la carne viva di questa comunità. E quindi se è pur vero che non sta al sindacato assumere le scelte di riassetto sulle quali oggi siete chiamati a votare, è altrettanto vero che sta a noi rappresentarvi che è nella vostra responsabilità guardare oltre i dividendi perché le vostre scelte di oggi determineranno la tenuta sociale di questo territorio domani.
Quel che vi dico è che noi non saremo spettatori passivi di questo processo di disgregazione che ha solo la certezza dei profitti della finanza ma non ha oggi un piano industriale solido. E allora per quel che ci riguarda andremo avanti, perché le persone che lavorano in Mps e nel suo indotto ed il tessuto socioeconomico dei territori non possono essere considerati effetti collaterali delle operazioni finanziarie, sono la spina dorsale del Paese, sono il motore della coesione, sono il bene collettivo da preservare. E servono tutele precise per le lavoratrici ed i lavoratori coinvolti, diretti e dell’indotto. Servono garanzie definite sulla prossimità degli sportelli e sui centri e le funzioni decisionali. Servono garanzie di una tenuta di un modello di credito capace di accompagnare gli investimenti e sostenere il lavoro.
Adriano Olivetti diceva che l’impresa non può essere mai considerata solo come un luogo di profitto, ma è prima di tutto un centro di responsabilità. Ecco, penso che oggi dobbiate, con le vostre scelte, essere la responsabilità verso il futuro di questo territorio e del Paese.
*Alice D’Ercole è la segretaria provinciale della Cgil





