Deludenti per l’Italia le conclusioni del Consiglio europeo
InPiù commenta Alla vigilia del Consiglio europeo di giovedì e venerdì scorsi, Giorgia Meloni aveva alzato l’asticella delle aspettative. Davanti al Parlamento aveva promesso una battaglia sul Green Deal, chiesto maggiore flessibilità per sostenere famiglie e imprese colpite dal caro energia e rivendicato la capacità dell’Italia di incidere sulle grandi scelte dell’Unione. Alla prova dei fatti, però, il vertice di Bruxelles restituisce un bilancio assai più modesto. Il principale obiettivo italiano riguardava l’ETS 2, il nuovo sistema europeo di scambio delle quote di emissione che rischia di tradursi in maggiori costi per trasporti, riscaldamento e consumi energetici. Roma puntava almeno a un rinvio della sua entrata in vigore. Nelle conclusioni del Consiglio europeo non compare invece alcuna sospensione. L’unico risultato ottenuto consiste nell’invito alla Commissione a riesaminare la valutazione d’impatto del sistema e a verificare l’efficacia delle misure di salvaguardia. Un passo interlocutorio che lascia invariata la sostanza del provvedimento e che appare ben lontano dalle aspettative del governo. Anche sul fronte della flessibilità di bilancio, cavallo di battaglia della premier nelle ultime settimane, Bruxelles ha mostrato tutta la propria prudenza. Alcuni Paesi, tra cui Italia e Grecia, hanno chiesto margini più ampi per affrontare eventuali nuovi shock energetici. Ma nessuno, a partire dai partner del Nord Europa, intende mettere in discussione il Patto di stabilità o aprire la strada a nuovi strumenti permanenti di sostegno ai consumi. Le aperture sono rimaste limitate e strettamente subordinate alle regole esistenti.
Ma il dossier destinato a segnare il futuro dell’Unione è quello del bilancio pluriennale 2028-2035. Qui emerge il vero nodo politico del vertice. Da una parte si schiera il fronte dei Paesi “coesionisti”, interessati a difendere i fondi destinati allo sviluppo regionale, all’agricoltura e alla coesione economica. Dall’altra, si consolida il blocco dei contributori netti e dei Paesi frugali, che chiedono maggiore rigore e vorrebbero destinare una quota crescente delle risorse comuni alla difesa, alla sicurezza, al controllo delle frontiere e alla competitività industriale. Proprio su questo terreno si registra la novità politica più significativa e, per Roma, più problematica. La Germania, che nelle narrazioni della vigilia veniva indicata come partner privilegiato dell’Italia su numerosi dossier europei, si è mostrata molto più vicina alle posizioni rigoriste che alle richieste dei coesionisti. Berlino guarda con preoccupazione all’aumento dei contributi necessari per finanziare il sostegno all’Ucraina, il rafforzamento della difesa europea, la transizione energetica e il rimborso del debito comune contratto durante la pandemia. Di conseguenza tende a privilegiare il controllo della spesa più che la sua espansione. È qui che si incrina il presunto asse tra Roma e Berlino. Quando si passa dalle dichiarazioni politiche alla distribuzione concreta delle risorse, riaffiorano interessi nazionali divergenti e priorità difficilmente conciliabili. L’Italia chiede più solidarietà finanziaria; la Germania appare invece orientata a limitarne i costi. Sul vertice ha pesato anche la presenza di Zelensky. L’Ue sa che il sostegno a Kiev assorbirà una quota crescente delle risorse disponibili nei prossimi anni, soprattutto se dovesse consolidarsi una riduzione dell’impegno americano. È un fattore destinato a rendere ancora più complesso il negoziato sul prossimo quadro finanziario pluriennale. Alla fine, dunque, il Consiglio europeo certifica una realtà meno brillante della narrazione costruita nelle settimane precedenti. Nessun rinvio dell’ETS 2, nessuna svolta sulla flessibilità di bilancio, nessun avanzamento sostanziale sul futuro bilancio. E, soprattutto, la constatazione che l’intesa con Berlino, presentata come uno dei pilastri della strategia europea del governo, appare assai meno solida di quanto fosse stato lasciato intendere. Bruxelles ricorda ancora una volta che in Europa gli annunci contano poco: a fare la differenza restano i risultati.





