Che Italia sarebbe oggi senza le battaglie di Emma Bonino e pochi altri
Pensate a che cosa sarebbe oggi l’Italia senza la legge sul divorzio. Fate un sondaggio tra i vostri amici e scoprite quanti di loro sono divorziati. Ecco, se non ci fossero stati Emma Bonino e pochi altri (Marco Pannella, Adele Faccio, Gianfranco Spadaccia, i primi nomi che vengono in mente) oggi vivremmo in un paese talebano. Dell’enorme cordoglio per la morte di Ema Bonino, così vasto, così autentico, contiene una domanda, o un rimpianto, per quella che qualche anno fa si definiva «la bella politica», ne parla Mario Lavia su Linkiesta. Quella tutta rivolta all’interesse collettivo. Senza paura di dover pagare prezzi anche personali. Mettendoci anima e corpo dalla mattina alla sera, tutti i giorni dell’anno, tutti gli anni. In misura inevitabilmente meno larga, pochi giorni fa si era visto un analogo omaggio in occasione della morte di Fabio Mussi, un altro esponente politico, di altra scuola, che non si era mai risparmiato per ciò in cui credeva. Era una politica diversa. Sarebbe persino troppo facile raffrontare quella stagione, poi non lontana anche se affonda le radici negli anni Settanta, con quella dei giorni nostri; confrontare le biografie; misurare i diversi livelli culturali.
Impossibile trovare nel Parlamento di oggi una persona del valore di Bonino, con tutto il rispetto per gli importanti leader politici attuali. Non è solo una questione di curriculum – e quello di Bonino era impressionante – ma proprio di concezione della lotta politica. Quella era gente che girava l’Italia a piedi o su treni locali o in utilitaria, dormiva in pensioncine da quattro soldi, mangiava una cosa al volo quando non digiunava: per andare a riunioni interminabili, per raccogliere firme sui marciapiedi, per fare comizi nei posti più sperduti.
Non c’era Internet ai tempi del divorzio, non c’era Google per informarsi. La generazione di Bonino e Mussi ha consumato la suola delle scarpe, e non aveva una lira. Altro che Internet. C’erano i libri, i giornali, le discussioni, la memoria, lo studio. E soprattutto c’erano le gambe e le parole. Lo facevano non per far carriera, magari alcuni sì – lo dice Francesco Guccini in “Dio è morto”, un altro che se n’è andato in queste settimane di lutto –, lo facevano perché ci credevano. Ai diritti civili lei, agli operai lui. All’epoca non ci si accorgeva di questo. Dell’enorme fatica fisica di quei dirigenti della sinistra, ma non esclusivamente della sinistra. Il grande riconoscimento è postumo.
Se si votasse stamattina, Bonino prenderebbe una percentuale incredibile, ma i radicali avevano i voti che avevano (a parte l’exploit del 1999 proprio di «Emma for president» – la formidabile campagna dell’uomo giusto, con la sua foto), cioè pochissimi. Non è nostalgia per i bei tempi. O non è solo questo. Certo, voltandosi indietro appare incredibile che le grandi battaglie dei radicali, tutti i radicali, siano finite bene: il divorzio, l’aborto, i diritti civili, i diritti delle donne, il caso Tortora; e solo oggi misuriamo quanto sia stato miracoloso che un pugno di persone sia riuscito a svecchiare un Paese retrivo come il nostro.
Però Bonino negli ultimi decenni era stata riconosciuta come un’esponente di valore. Aveva ricevuto incarichi importantissimi: commissaria europea, ministro degli Esteri. Era stata l’unica radicale a entrare davvero nella stanza dei bottoni, il che le procurò gelosie e obiezioni inaspettate anche da parte di Marco Pannella. Ma non era cambiata affatto.
Fino a che le è stato possibile, Bonino ha tentato di mantenere alto il livello della sua azione e della sua fantasia politica, ma le cose non sono andate nel verso giusto. Persino la famiglia radicale si è divisa, sfarinata. Un po’ lo stesso destino di Mussi con la divisione dei Ds prima della nascita del Pd. Anche lui, come lei, erano amareggiati per la piega della politica italiana.
Per tutto questo, sembra di poter dire che il lutto di oggi non è soltanto per una persona. È il lutto per un’idea della politica. Una politica che poteva essere minoritaria e tuttavia lasciare un segno enorme. Che poteva perdere le elezioni e vincere la battaglia. Bonino probabilmente era delusa dalla politica di oggi. Non certamente scontenta di sé e della sua grande vita: non ne avrebbe avuto motivo.





