Caro Lavitola-Ranucci, più domande che risposte
Biagio Marzo.
Il caso Lavitola-Ranucci non può essere ridotto all’autoaccusa dell’ex direttore de L’Avanti! e all’individuazione dei presunti esecutori dell’attentato. Più si conoscono le dichiarazioni di Valter Lavitola, più la vicenda anziché chiarirsi pone interrogativi. E il problema dei problemi è uno: ciò che Lavitola racconta poggia sulla verità dei fatti oppure c’è dell’altro di cui, almeno per ora, solo lui è a conoscenza? Lavitola avrebbe ammesso davanti al Gip di essere stato il mandante di un’azione intimidatoria contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. Sostiene però di aver commissionato quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della villetta, non la bomba poi esplosa davanti all’abitazione del giornalista. Una differenza enorme, sulla quale gli inquirenti mantengono forti riserve. Ma è il movente dichiarato a rendere la storia ancora più singolare. Secondo Lavitola, l’intimidazione avrebbe dovuto accrescere in maniera esorbitante la notorietà di Ranucci e, nello stesso tempo, preservarlo, provocando un allarme tale da determinare il rafforzamento della scorta. L’attentato, dunque, avrebbe dovuto creare il “mito Ranucci”: trasformare un giornalista già molto conosciuto in un personaggio di ancora maggiore rilievo nazionale, circondato dalla solidarietà dell’opinione pubblica e maggiormente protetto dallo Stato. Su questa crescita della notorietà si sarebbe innestato anche il progetto politico coltivato da Lavitola: spingere Ranucci verso la politica fino a immaginarlo, un giorno, inquilino di Palazzo Chigi. Un piano “criminale” che, nella versione di chi sostiene di averlo concepito, avrebbe dovuto favorire proprio la persona destinataria dell’intimidazione. Ma qualcosa andò storto. Lavitola parla di colpi contro un muro; arrivò invece una bomba. Poi la piega giudiziaria, l’individuazione dei presunti esecutori e l’emersione del presunto mandante fecero saltare anche il progetto politico. Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Lavitola non è un uomo che si muove a caso. Ha attraversato politica, affari e giornalismo, costruendo una rete di relazioni ai livelli più diversi. Intelligenza e scaltrezza ne descrivono il profilo, insieme a un modus vivendiincline a percorrere strade senza guard rail. In alcune vicende politiche il suo poteva diventare il “bacio della morte”. Ma dall’altra parte c’è Ranucci. Ed è qui che nasce una seconda domanda, altrettanto scomoda. Possibile che un giornalista d’inchiesta bell’e cucito, abituato per mestiere a sentire il “profumo” degli interessi che circondano uomini, affari e politica, non abbia percepito nulla di ciò che maturava intorno alla sua persona? La domanda deve essere posta con precisione. Non esiste, sulla base di quanto finora emerso, alcun elemento per sostenere che Ranucci conoscesse il progetto intimidatorio. Sarebbe irresponsabile insinuarlo. Ma altra cosa è interrogarsi sulla natura del rapporto con Lavitola e sul progetto politico che quest’ultimo sostiene di avere coltivato intorno a lui. Ranucci ne era completamente all’oscuro? Ne conosceva almeno una parte? Considerava quelle ipotesi soltanto fantasie dell’amico?Ingenuità o opportunismo? Oppure semplicemente due uomini che attribuivano significati completamente diversi al loro rapporto? E torniamo al problema dei problemi. Lavitola ha indicato un movente: creare il “mito Ranucci”, aumentarne la protezione e accompagnarne la crescita verso un possibile futuro politico. Ma è davvero tutta la verità? Oppure questa spiegazione copre qualcosa che ancora non conosciamo? Il cui prodest? resta quindi in piedi, ma cambia destinatario. Non basta più chiedersi chi abbia organizzato l’intimidazione. Bisogna capire chi sapesse che cosa, quali fossero realmente gli obiettivi e dove finisse l’amicizia e cominciassero politica e interessi. La magistratura dovrà accertare le responsabilità penali. Al giornalismo resta un altro compito: fare domande senza trasformarle in sentenze. E in questa storia le domande, dopo la confessione di Lavitola, sono diventate più numerose delle risposte.


