Aveva ragione Umberto Eco sul diritto di parola a legioni di imbecilli
Walter Rodinò su Euroborsa commenta le discussioni sul caso Garlasco. In fondo, anni fa, Umberto Eco lo aveva intuito con lucidità brutale, quando disse che i social network avevano dato “diritto di parola a legioni di imbecilli”. Una frase spesso citata in modo superficiale, ma che oggi sembra tornare con forza davanti alla trasformazione di una vicenda giudiziaria come quella dell’omicidio della giovane Chiara Poggi in una gara permanente di opinioni, supposizioni e sentenze preventive.
Televisioni, social network, podcast, dirette streaming, tutto sempre e solo Garlasco, un processo mediatico parallelo che sembra non avere più limiti, né tantomeno pause.
Ogni sera il caso rinasce, ogni dettaglio viene sezionato fino all’esasperazione, e così intercettazioni, impronte, fotografie, parole pronunciate diciotto anni fa diventano materia da dibattito televisivo. Parlano tutti, non più soltanto magistrati, criminologi o avvocati. Ci sono opinionisti, influencer, conduttori, ex investigatori, esperti improvvisati, commentatori seriali, ce n’è per tutti, e tutti parlano con una sicurezza assoluta, come se la verità fosse ormai diventata un prodotto da palinsesto.
Ma la sensazione è che il fine della stragrande maggioranza di questi personaggi, non sia la verità, ma la ricerca ossessiva di visibilità. Perché alla fine tutto si traduca in un trionfo del dibattito che non porta da nessuna parte. Chi è dotato di equilibrio e di un discreto senso della misura, assiste a questi teatrini con una profonda sensazione di svuotamento, diciamolo pure.
Una forma di saturazione emotiva che talvolta lascia spazio persino al ribrezzo. Perché quando una tragedia viene trasformata in intrattenimento continuo, il dolore reale può scomparire dietro la spettacolarizzazione.
Si entra così in una dimensione quasi morbosa, dove il confine tra informazione e consumo compulsivo della cronaca nera diventa sempre più sottile.
Non è un caso che online il dibattito sul “circo mediatico” attorno a Garlasco sia ormai diffusissimo, con molti utenti che parlano apertamente di “soap opera”, di “ossessione collettiva” e persino di “fondo del giornalismo italiano”.
Parlare di cronaca nera si può e soprattutto si deve, perché raccontare i fatti è dovere del giornalismo. Il problema nasce quando il racconto smette di informare e comincia ad alimentare un meccanismo infinito di attenzione tossica.
In questo modo si rischia di trasformare la giustizia in spettacolo e il dolore viene lentamente assorbito dal rumore.
Forse in questa interminabile discussione collettiva, sarebbe necessario un po’ più di silenzio mediatico, prima di tutto per rispettare la morte di una ragazza di 26 anni. Non tutto deve diventare un’arena televisiva dove chiunque sente il bisogno di dire la propria, a maggior ragione quando non si ha nulla da aggiungere.





