Autunno del Medioevo, il cibo come arma polemica contro la Chiesa
Luciano Luciani.
Al cibo e al suo lessico, alle sue parole, deformate e rese grottesche, hanno fatto ricorso spesso le classi
subalterne – e non solo – per la le loro polemiche anticlericali, visibili e meno visibili. Un’operazione
provocatoria di delegittimazione della Chiesa e del suo personale religioso praticata da filo-imperiali
ghibellini, liberi pensatori, ambienti colti col desiderio di divertirsi alle spalle degli ecclesiastici
percepiti come rozzi, ignoranti, superstiziosi.
Ecco, per esempio, una parodia della pratica della confessione, parte centrale del sacramento della
penitenza, il più importante nel controllo massivo delle anime:
E me confesso a madona Sancta Galina,
la qual fa grasso la cusina,
a madona Sancta Oca,
che anche quando lì
è mior, la me par più poca –
al nostro divoto padre messer San Faxan,
se ge no actuo (oggi), no ge n’ho doman …
Può, dunque, il cibo diventare blasfemo? Sì, quando usiamo gli alimenti, i loro nomi, in chiave
parodistica-metaforica e li facciamo diventare occasione di ironia, sarcasmo e dileggio nei confronti
della Chiesa e delle sue verità, contro il suo potere millenario e i suoi esponenti. Spesso, fin troppo
spesso, inadeguati, se non peggio, rispetto alla grandezza dei princìpi ispiratori e alla nobiltà degli
ideali fondativi: la carità, la povertà evangelica, l’amore per il prossimo, segnatamente per quello
collocato agli ultimi gradini della scala sociale.
Il più scellerato camuffamento della credenza religiosa lo troviamo nel celeberrimo “credo”
pronunciato da Margutte nel poema eroicomico in ottave, Il Morgante di Luigi Pulci (Firenze, 1432 –
Padova, 1484), poeta bizzarro e borghese, attivo presso la prima corte fiorentina di Lorenzo il
Magnifico. La trama, piuttosto complicata, si rifà, irridendole non poco, alle convenzioni proprie della
letteratura cavalleresca: il paladino Orlando, eroe senza macchia né paura, è costretto ad allontanarsi
dalla corte di Carlo Magno a causa delle bugie propalate ad arte sul suo conto da Gano di Maganza, il
traditore per eccellenza. Ridotto a cavaliere errante, il Nostro capita presso un convento assediato da tre
giganti: ne uccide due e, a suon di botte, convince al cristianesimo il terzo, Morgante appunto, e ne fa ilsuo scudiero. Zelante come tutti i neo-convertiti, Morgante prosegue la missione di Orlando, riparando
i torti nel segno di Nostro Signore armato di un battaglio di campana: protegge pulzelle, libera nobili
prigionieri ingiustamente detenuti, evangelizza i pagani… Fino a che, un giorno, in viaggio verso Soria,
incontra un brutto ceffo che attira la sua attenzione e che gli si presenta così:
“…Il mio nome è Margutte
ed ebbi voglia anch’io d’esser gigante.
Poi mi penti’ quando al mezzo fu’ giunto;
vedi che sette braccia sono appunto”.
Insomma, un gigante-nano dallo sviluppo interrotto, alto solo quattro metri invece della tradizionale
misura di otto. A lui, come di consueto, Morgante rivolge la domanda che di solito precede la
conversione forzata: sei cristiano, saraceno o addirittura pagano?
E Margutte, di rimando, con laica spregiudicatezza che sconfina in una marcata eterodossia, sostituisce
la religione della ghiottoneria a quella cristiano-cattolica:
Rispose allor Margutte : “A dirtel tosto,
Io non credo più al nero che all’azzurro,
Ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto:
E credo alcuna volta anco nel burro,
Nella cervogia e, quando io n’ho, nel mosto,
E molto più nell’aspro che il mangurro (dolce);
Ma sopratutto nel buon vino ho fede,
E credo che sia salvo chi gli crede.
E credo nella torta e nel tortello:
L’uno è la madre e l’altro è il suo figliuolo;
Il vero paternostro è il fegatello,
E possono esser tre, due ed uno solo,
E deriva dal fegato almen quello:
E perch’io vorrei ber con un ghiacciuolo,
Se Macometto il mosto vieta o biasima,
Credo che sia il sogno o la fantasima…
E la parola colorita e corposa, plebea e materiale, accentua la tensione polemica nei confronti delle fedi
religiose consacrate e apre la strada ad altri stravaganti, caustici, capolavori eroicomici come il Baldus
del Folengo (1491 – 1544) e soprattutto il Gargantua e Pantagruel di Rabelais (1494 – 1553).





