Aspetti ambigui sulla storia dell’antisemitismo
Roberto Pizzi.
Dopo l’articolo di Luciano Luciani, pubblicato su questa rivista, dedicato al ricordo a don Aldo Mei, uno dei martiri della ferocia nazista durante la II guerra mondiale, vorrei ampliare la panoramica storica di quel periodo che interessò drammaticamente la provincia lucchese e che riguardò la caccia all’ebreo per la sua deportazione nei campi di sterminio. Da ricordare che Don Aldo Mei ha ricevuto il titolo di «Giusto tra le Nazioni» e, a breve, il suo nome sarà inciso sul Muro d’Onore nel Giardino dei Giusti allo Yad Vashem di Gerusalemme.
Sulla questione razziale occorre ricordare, però, che senza secoli di odio cristiano verso gli ebrei, sarebbe stato inconcepibile l’antisemitisrno moderno. Numerosi studiosi hanno concordato sul fatto che la Chiesa non ebbe obiezioni ad una “moderata” politica antiebraica in Italia. Di fronte alla antica virulenza antisemita dei gesuiti, che ancora nel 1938 scrivevano su “La Civiltà cattolica” che il “giudaismo era una nazione equivoca che assumeva una religione equivoca” e che tale nazione era padrona dell’alta finanza e tramite essa dominava più o meno larvatamente il mondo, si rivolgevano le pesanti accuse di Ernesto Rossi, che indicava nei seguaci di Loyola i “precursori del razzismo”. Se Padre Agostino Gemelli, Rettore dell’Università Cattolica di Milano, nel 1939 parlava degli ebrei come di “coloro che non possono far parte – e per il loro sangue e per la loro religione – di questa magnifica Patria” e che essi si erano collocati in una tragica situazione in cui si attuava “quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé”, risulta comprensibile la preoccupazione del cardinale Eugène Tisserant che, nel 1940, scriveva: “Temo che la storia rimprovererà alla Santa Sede di aver seguito nient’altro che una politica di egoistico tornaconto. Padre Agostino Gemelli aveva già fatto scandalo negli anni venti, con un trafiletto anonimo (poi riconosciuto come suo dallo stesso autore) su “Vita e pensiero”, dedicato allo scomparso Felice Momigliano, uno dei più autorevoli esponenti dell’ebraismo italiano. Il religioso cattolico scriveva: “Un ebreo, un professore di scuola media, gran filosofo, gran socialista, Felice Momigliano, èmorto suicida. I giornalisti senza spina dorsale hanno scritto piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il Rettore dell’Università Mazziniana. Qualcun altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero, e con Momigliano morissero tutti i Giudei che continuano l’opera dei Giudei che hanno crocefisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio?” (R. Calimani, Stella gialla, Ebrei e pregiudizio, 1993).
Tuttavia, occorre considerare che nel clero non vi fu un assoluta omogeneità di comportamento; si ritiene, invece, che sulla questione ebraica esso si dividesse in due campi. Resta indubbio, comunque, che un gran numero di ebrei riuscì a salvarsi grazie all’aiuto fornito dai religiosi cattolici. Le migliori risposte vennero dalla spontanea opera umanitaria di quei religiosi svincolati dalle alte gerarchie, calati nelle loro realtà locali, come a Lucca dove ci si prodigò per salvare gli ebrei perseguitati, anche costo di sacrificare la vita. Don Aldo Mei (trattato dal prof. Luciani ), don Bigongiari, don Unti, i membri della comunità monastica della Certosa che furono deportati ed uccisi dai tedeschi in ritirata, in località Montemagno ed a Massa, rappresentano il più alto esempio di quell’amore verso il prossimo che scavalca ogni differenza di religione e di razza.
Degne di essere ricordate, anche le Suore oblate dello Spirito Santo (le Zitine), le quali dettero
rifugio a decine di donne e bambini, altrettanto merito va riservato alle Suore Ministre degli Infermi (suore Barbantini) presso le quali fu possibile trovare cure e assistenza sanitaria.
Ma la principale organizzazione per l’assistenza agli ebrei fu la Congregazione diocesana
dei Sacerdoti Oblati, che ebbe sede nei locali ex seminario, in via del Giardino Botanico.
Voluta dall’arcivescovo mons. Torrini, tale congregazione che traeva impulso dall’opera iniziale di don Arturo Paoli e don Guido Staderini poi rafforzata da don Renzo Tambellini e don Sirio Niccolai(dal giugno del 1944 l’arcivescovo inviò mons. Raffaele Malfatti a dirigere gli Oblati), dopo l’8 settembre sviluppò la sua azione benefica organizzando nei propri locali un centro d’accoglienza e di smistamento per gli ebrei pisani, livornesi, viareggini che, in cerca di rifugio, venivano indirizzati a Lucca da Giorgio Nissim, il quale era un esponente della DELASEM, Delegazione per l’assistenza agli emigranti, fondata nel 1940, con sede a Genova e diretta dall’avvocato LelioVittorio Valobra.
L’instancabile ed efficiente Nissim provvedeva a rifornire di denaro l’organizzazione religiosa lucchese e procurava ai fuggiaschi tessere annonarie e carte d’identità che reperiva a Firenze e completava direttamente in loco. Don Arturo Paoli, come egli stesso ha raccontato, di notte, andava a prendere gli ebrei arrivati a Lucca che si facevano riconoscere con un apposito contrassegno, li faceva attraversare il centro e li portava dall’altra parte della città, smistandoli agli Oblati, presso abitazioni private, nei conventi.
Dal palazzo di via del Giardino Botanico passarono diverse centinaia di perseguitati, i quali venivano poi spostati in luoghi ritenuti più sicuri, quali a Formentale, in alcune case messe a disposizione da padre Costa, procuratore della Certosa di Farneta; presso le Suore dei Poveri Vecchi di Monte 5. Quirico, presso le Zitine, nei loro conventi di Lucca e di Matraia e per lo più presso abitazioni private del centro storico, di Montuolo, Cerasomma, Marlia, Segromigno, della Valfreddana, di Matraia.





