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Politica

Antisemitismo e libertà di espressione nel dibattito pubblico

Pile of newspapers on white background

Alberto Heimler su InPiù riflette sulla legge sull’antisemitismo approvata dal Senato e in discussione alla Camera, vorrei discutere di una questione a essa complementare: come garantire concretamente le condizioni nelle quali possa svolgersi liberamente il dibattito pubblico, soprattutto nelle università e negli spazi pubblici. L’intervento auspicato non dovrebbe occuparsi delle opinioni espresse, ma dei comportamenti che limitano concretamente la libertà degli altri di esprimersi. E questa tutela dovrebbe avere carattere generale, non riguardare soltanto gli ebrei. Per le piattaforme sociali, il problema si pone in termini diversi perché riguarda ciò che si può dire, non la possibilità degli altri di esprimersi. Per questo non me ne occupo qui. La storia offre indicazioni interessanti. La Repubblica di Weimar cercò di difendersi dai propri nemici anche limitando alcune forme di propaganda e di espressione antirepubblicana. Effettivamente non con gran successo. La Gran Bretagna seguì una strada diversa: con il Public Order Act del 1936 intervenne soprattutto contro intimidazioni, organizzazioni paramilitari e disordini, senza mettere fuori legge le opinioni fasciste in quanto tali. Tutelare semplicemente la libertà di espressione non è infatti sufficiente. L’esperienza recente delle università americane mostra che una tutela ampia della libertà di espressione, se non accompagnata da un intervento efficace contro intimidazioni, minacce e comportamenti volti a impedire agli altri di esprimersi, può lasciare senza adeguata protezione proprio chi viene messo a tacere.
 
È questa la distinzione essenziale. Si deve essere liberi di esprimere opinioni le più diverse e di contestare quelle altrui, ma non di impedire agli altri di presentare le proprie idee, anche attraverso comportamenti che, pur senza ricorrere alla violenza o alla minaccia esplicita, abbiano carattere intimidatorio e rendano di fatto difficile o impossibile parlare o partecipare liberamente a un incontro. La difficoltà sta nel riuscire a separare la lecita dall’illecita contestazione. Non tutto deve necessariamente essere affidato alla legge penale. Alla Camera dei deputati, per esempio, vigono regole rigorose sulle modalità del confronto: gli oratori parlano rivolti al Presidente e non direttamente gli uni agli altri, disciplinando così il confronto tra gruppi contrapposti e consentendo a tutti di esprimersi. È un esempio di come si possa garantire un confronto anche durissimo imponendo regole sui comportamenti, non sulle opinioni. Evitare le intimidazioni di ogni tipo consentirebbe certamente un dibattito più libero su Israele e il Medio Oriente, ma il problema ha una portata molto più generale e riguarda tutti. La legge, i codici etici e le procedure devono proteggere rigorosamente le condizioni del libero confronto, non stabilire quali opinioni siano accettabili.

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