Aiuti prestati dai religiosi agli ebrei ricercati dai nazisti
Roberto Pizzi.
Da ricordare fra i meriti del clero lucchese l’aiuto prestato a Ludwig Greve, di origine ebraica, di Stoccarda, che venne addirittura ospitato nel palazzo arcivescovile. Allora diciannovenne, in fuga dalla Francia, rifugiatosi sulle montagne di Cuneo vide morire il padre e la sorellina, mentre sua madre rimaneva ferita da schegge di granata. Aiutato da contadini e religiosi della zona, gli fu poi consigliato dal parroco di Borgo S. Dalmazzo, che sapeva dell’opera svolta dagli Oblati, di raggiungere Lucca. Dopo un viaggio durato tre giorni, ai primi di marzo del 1944 era nella nostra città. Qui l’incontro con don Arturo Paoli e l’accoglienza, secondo le sue parole “con l’ospitalità e la cortesia con cui in ogni tempo l’Italia ha disarmato i barbari”. Ospitato per qualche giorno in una abitazione privata, in piazza S. Michele, venne poi portato da Giorgio Nissim in un rifugio sopra la Certosa. A seguito dell’aggravarsi delle ferite della madre, ritornò a Lucca, dove la donna venne curata presso le suore Barbantini. Ludwig Greve, invece, fu accolto per diversi mesi nella casa del vescovo e vestito da prete veniva presentato come suo segretario e a volte accompagnava Don Paoli alla Pia Casa (allora triste luogo di passaggio per coloro da deportare in Germania, o di detenzione come per don Aldo Mei, poi fucilato sugli spalti delle Mura vicine). Insieme portavano un po’ di cibo ai lucchesi colà concentrati, altre volte venivano inviati in missione per conto dello stesso vescovo, al comando tedesco di Villa Dianda, in via Matteo Civitali.
Mario Cabib, residente a Quiesa, dirigente di un’azienda tessile del luogo, insieme a sua moglie, i tre figli Carlo, Giorgio e Roberto (allora, rispettivamente di 6 e 8 anni) e ad altri parenti livornesi, il 16 settembre del 1943 trovava iniziale rifugio nel convento delle suore Zitine di Lucca. Alcune donne di questo nucleo familiare sarebbero rimaste nascoste nello stesso convento lucchese; la sorella di Mario Cabib, la suocera e sua moglie Wanda coi tre bambini venivano destinate al convento di Matraia; nella stessa località trovavano rifugio, ospiti in una casa di contadini, anche il suocero e il padre, Roberto Cabib. Mario e il fratello Renzo (un professore di matematica che aveva già subito l’internamento dal giugno del 1940), venivano nascosti nella Certosa di Farneta, dove sarebbero rimasti per più di due mesi. Consigliati anche da Giorgio Nissim, decidevano, poi, di cercare un rifugio più sicuro sui monti della Garfagnana. Il dodici dicembre del 1943 lasciavano, allora, il convento dei Certosini e il giorno dopo giungevano a Chiozza, paese vicino a CastelnuovoGarfagnana, dove era priore don Lino Togneri il quale si prodigò per salvare i due fuggitivi, per far riunire Mario Cabib con la moglie e i figli richiamati da Matraia e per trovare a tutti costoro un duraturo e sicuro rifugio. Renzo Cabib veniva sistemato, inizialmente, in una casa in località Tendaio, successivamente avrebbe alloggiato col fratello ed infine, dal luglio del 1944, sarebbe stato ospite del priore del Sillico, don Sessi, un parroco che univa una grande mole fisica ad altrettanta cultura (aveva tre lauree) e ad uno spiccato spirito di tolleranza. Mario Cabib e la sua famiglia, invece, erano ospiti, a S. Pellegrino in Alpe, di Raffaello Bechelli, uomo schivo, di poche parole, rude ma sensibile, che aveva lottato contro l’ignoranza, imparando a leggere e scrivere e mantenendo l’amore per la lettura che esercitava nei pochi ritagli di tempo libero, nel canto del fuoco, con la Bibbia o con la Gerusalemme liberata di cui sovente declamava i versi a memoria. Gran lavoratore, il Bechelli aveva lottato contro la miseria, conoscendo le fatiche dell’emigrazione, con il lavoro nelle carbonaie in America (la moglie Rosa era stata a lavorare, invece, in Provenza), dove aveva raggranellato qualche soldo per costruirsi poi la casa e dove aveva imparato a ribellarsi ad ogni sopruso. Come a quello che ora lo induceva a raccogliere un’altra sfida, conclusasi poi felicemente, dando in locazione parte della sua abitazione a quella famiglia di ebrei perseguitati, dei quali ebbe condiviso la sorte per tutta una terribile annata. Sia Renzo, che Mario Cabib con la moglie e i figli, separatamente, nel dicembre del 1944 sarebbero riusciti, poi, dopo mille traversie, ad attraversare la linea del fronte ed a ritornare alle loro case, sani e salvi.





