A sinistra c’è la corsa a chi si intesta la vittoria dei democratici negli Stati Uniti
Il direttore Claudio Velardi scrive sul Riformista che quando arriva lo tsunami, nessuno sulla spiaggia si mette a discutere se l’onda è di sinistra o di destra. L’onda arriva, e porta via tutto. È quello che è successo martedì in America. I democratici si sono ripresi la Camera e il Senato, hanno strappato ai repubblicani seggi che sembravano inamovibili, in Texas, in South Carolina, in Kansas, in Iowa, in Ohio. È caduta perfino Susan Collins nel Maine, dopo cinque mandati. Non è stata una vittoria, ma un’inondazione. Come tutte le inondazioni, non ha guardato in faccia nessuno. In Michigan ha vinto Abdul El-Sayed, progressista radicale, primo musulmano al Senato. In Texas ha vinto James Talarico, progressista sì, ma con la Bibbia in mano. In North Carolina ha vinto Roy Cooper, ex governatore centrista di lungo corso. In South Carolina una pediatra piuttosto sconosciuta ha battuto la sorella di Lindsey Graham. Tutti diversi, tutti vincenti.
Questo è il punto che vorrei fosse chiaro, prima che la discussione prenda la solita piega. Fin dai primi risultati, a sinistra, è partita la gara a intestarsi l’onda. I radicali dicono che ha vinto la sinistra radicale, i moderati dicono che hanno vinto i moderati, ciascuno indica il proprio candidato come il modello da esportare. È una discussione senza senso. Quando il mare entra in casa, la domanda non è quale mobile ha resistito meglio. Il mare è entrato. Gli americani non hanno scelto fra due idee di sinistra, hanno detto di no a Trump. Alla guerra con l’Iran, alla benzina a prezzi folli, ai dazi, al caos quotidiano, al fatto di avere un presidente che ogni mattina si sveglia e decide di rompere qualcosa. Trump ha fatto delle elezioni di medio termine un referendum su di sé, e l’ha perso. Ieri si è congratulato con i democratici aggiungendo che non è una bocciatura della sua leadership. È come uno che, con l’acqua alla gola, spiega ai soccorritori che il livello del mare è perfettamente normale.
Ora, dalle nostre parti, il rischio è quello di piegare l’onda americana alle nostre piccole dispute domestiche. Già stanno facendo a gara. Chi vuole il candidato radicale dice che bisogna osare, come El-Sayed. Chi vuole il candidato di centro prenderà ad esempio Talarico. E chi vuole il campo largo dirà che il campo largo ha vinto in America, dove per la verità non esiste. Tutte interpretazioni fuorvianti, perché pretendono di leggere nella forma dell’onda un messaggio che l’onda non contiene. Lo tsunami non ha un programma. Ha una direzione.
Il problema, semmai, viene dopo. Perché lo tsunami passa, e restano i detriti. Restano le case scoperchiate, i mobili alla deriva, la gente che si guarda intorno e si chiede da dove ricominciare. Lì si vedrà la differenza fra chi sa governare e chi sa solo cavalcare. I democratici americani hanno adesso due anni per dimostrare di saper fare qualcosa di diverso dal dire no a Trump. Hanno il Congresso, non hanno ancora un’idea condivisa di America. Hanno vinto perché l’avversario era insopportabile, non perché loro fossero irresistibili. E Trump, nel frattempo, resterà alla Casa Bianca, ferito, incattivito, con tutto il tempo per trasformare la sconfitta in una storia, magari fatta di tradimenti e complotti.
Qui, nel frattempo, converrebbe fare una cosa semplice. Evitare di salire sull’onda con la propria tavola da surf. Il voto americano dice che Trump è battibile, che il trumpismo non è un destino, che una democrazia stanca può ancora reagire. Non dice chi deve essere il candidato della sinistra italiana, né come si costruisce una coalizione, né se bisogna stare più a sinistra o più al centro. Quelle sono domande nostre, e vanno affrontate con argomenti nostri. Usare il Texas come argomento in una riunione a Roma sarebbe un modo piuttosto stupido di discutere.





