A chi giova l’inchiesta giudiziaria che riguarda il Ponte sullo Stretto
Francesco Damato su StartMag riflette sull’evoluzione dell’inchPonte sullo Stretto. Destinato per un certo tempo da Matteo Salvini (nella foto) alla memoria della buonanima di Silvio Berlusconi, poi dirottata all’aeroporto internazionale di Malpensa, fra le proteste o i dubbi anche dei figli del compianto Cavaliere, per non lasciarla troppo a bagnomaria, il ponte sullo stretto di Messina si è appena guadagnata su Repubblica, in un titolo su quasi tutta la prima pagina, la dedica alla corruzione. Che è il reato contestato dalla Procura di Roma a un ex alto magistrato della Corte dei Conti, ad un avvocato leghista promosso a “uomo di Salvini” e a un imprenditore interessato alla costruzione, anche a costo di corrompere, appunto, chi vi si oppone abusando dei controlli, secondo dichiarazioni di Salvini risalenti a qualche mese fa, in occasione di altri accidenti.
Le indagini e l’eventuale processo dureranno naturalmente a lungo, come la gittata dell’opera di collegamento fra le coste calabresi e siciliane, ma l’obiettivo dello sputtanamento del ponte – direi, ulteriore sputtanamento, viste le polemiche accumulate dal progetto – è stato già raggiunto, con i tempi e i riti mediatici e immediati della giustizia televisiva e di carta stampata.
Ovunque si ha di solito voglia di costruire ponti, o ricostruirli dopo crolli in un mondo peraltro dove si gioca alla guerra più che a pallone, in un intreccio di tregue fragili come gli umori di chi le annuncia o le negozia. In Italia, no. Da noi i ponti provocano più paura che interesse e, magari, anche orgoglio. I progettisti italiani di ponte lavorano più all’estero che a casa, diciamo così.
Quel “Ponte della corruzione” sparato dalla Repubblica, per quanto di carta, è forse la tegola più rovinosamente caduta con l’annuncio delle indagini romane.



