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Perché la destra italiana è ancora fascista, parola di Tomaso Montanari

Andrea Bianchi Sugarelli.

“La continuità del male” di Tomaso Montanari (nella foto) non è un libro neutrale, e non fa nulla per sembrarlo. È un testo che nasce per intervenire, colpire, prendere posizione. Più pamphlet politico che saggio storico in senso classico, mette al centro una tesi netta: nella destra italiana di governo sopravviverebbero matrici culturali, simboliche e linguistiche che rimandano direttamente al fascismo storico.

Montanari costruisce il suo impianto con una grande quantità di citazioni, richiami, genealogie ideologiche e parallelismi lessicali. Ed è proprio qui che il libro mostra una delle sue qualità migliori ovvero la capacità di leggere il linguaggio politico non come semplice comunicazione, ma come deposito di memoria, immaginario e visione del mondo. In questo senso il volume è forte, compatto, spesso perfino trascinante. Sa dove vuole andare e non perde mai il filo.

Il problema, però, è che proprio questa forza finisce a tratti per diventare un limite. Il tono è apertamente militante, spesso acceso, a volte persino corrosivo. Più che argomentare con distacco, Montanari sembra voler inchiodare il lettore a una sentenza già scritta. E allora il rischio si vede chiaramente perchè in diversi passaggi l’analisi scivola dalla ricostruzione di continuità culturali alla quasi totale sovrapposizione tra destra contemporanea e fascismo storico.

È qui che il libro divide. Da una parte colpisce per chiarezza, densità e impatto. Dall’altra lascia la sensazione di comprimere troppo la complessità storica. Perché una cosa è mostrare permanenze simboliche e lessicali, altra cosa è sostenere, senza troppe sfumature, che l’attuale destra di governo sia ancora fascista in senso pieno. Quando il discorso resta sul terreno delle eredità culturali, il libro convince di più. Quando invece si trasforma in requisitoria morale, perde qualcosa in precisione e credibilità storiografica.

Resta comunque un testo che pesa nel dibattito pubblico. Non perché chiuda la discussione, ma perché la riapre con forza. È un libro che costringe a reagire, a schierarsi, a discutere seriamente del rapporto tra destra italiana, memoria del Novecento e uso politico della storia. Al tempo stesso è un limite perchè nel dibattito pubblico del Terzo Millennio si è tornati a discutere (e scrivere) la storia come se non fossero esistiti Renzo De Felice e Roberto Vivarelli. Un limite inaccettabile.

La domanda vera, a questo punto, è semplice ma scomoda: se il metodo è genealogico e non analogico, con quale criterio si passa dalla continuità culturale all’identificazione politica piena? E soprattutto: dove finisce la storia e dove comincia l’ideologia?

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