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L’introduzione della birra a Lucca

Roberto Pizzi.

Secondo Cesare Sardi (Vita lucchese nel Settecento) la birra fu sconosciuta ai lucchesi per quasi tutto il Settecento, avendosi solo una notizia circa l’acquisto, nel 1775, di 12 bottiglie fatte venire da Livorno.  La fabbricazione della bevanda  avvenne a Lucca solo intorno alla metà degli anni ’40 del XIX secolo, “da una società costituita dal tedesco Gabor”, che non ebbe grande fortuna. Ben più famosa e duratura, fu invece, qualche anno dopo,  la fabbrica impiantata dalla famiglia Pfanner, di Horbranz, i cui discendenti hanno  goduto e godono di buona fama in città.

Felix Pfanner (1818-1892), birraio nativo di  questa cittadina austriaca, sul lago di Costanza, ma di famiglia bavarese, iniziò la sua attività  a Lucca, all’epoca del Ducato (1846). Nel 1856 Pfanner si trasferì, per la produzione e la somministrazione, nel prestigioso palazzo Controni, del quale aveva preso in affitto il giardino, le cantine e il piano terra. L’affascinante Palazzo – che oggi porta il nome della famiglia tedesca –  è stato sede di film famosi (fra questi “Il Marchese del Grillo” con Alberto Sordi e “Ritratto di signora” con Nicole Kidman) ed è ammirato dai molti turisti che percorrono il tratto delle Mura urbane dalla piattaforma di San Frediano al baluardo di  Santa Croce.

Della birreria  ci ha lasciato una suggestiva descrizione  il letterato Guglielmo Petroni (1911 – 1993) nell’articolo “La Birreria Pfanner”,  raccontando le sue memorie di bambino,  quando intorno ai primi anni ’20 del secolo scorso,  accompagnava i suoi genitori in questo luogo di ritrovo. Per la sua liricità ci piace riportarne una parziale trascrizione:    

“Oggi, inoltrandoci nell’androne grande e spoglio è come andare incontro ad un silenzio particolare, un silenzio costruito sapientemente, nell’ambito di quello spazio, a meglio fissare la staticità elegante delle colonne che levitano assieme all’ampia scalinata, formando quell’impareggiabile equilibrio di pieni e di vuoti ritagliati come un’ombra cinese sul verde del giardino. Quel verde, quei lievi tocchi di bianco delle statue allineate sul  viale accecato dal muro umido e muschioso che preclude il cielo, sono uno scenario, un telone minutamente disegnato e colorato, non senza la preoccupazione di un preciso esito stilistico, realizzato perfettamente affinché l’assieme fermi  un’epoca, una eleganza, un capriccio, chiudendolo nel suo tempo. Questo vidi quando avevo dieci anni, forse meno; mi portavano spesso là, ed era sempre come un premio,  una piccola parentesi festosa.  I grandi bevevano la birra, i piccoli la gazosa nella bottiglia con la pallina. A quel tempo il luogo dall’aria immobile ed intoccabile era una birreria, la Birreria Pfanner.  Ho l’impressione che qualcuno della mia generazione a quest’accenno  riscopra in sé un  momento felice, il riaccendersi di una immagine dolce che fummo costretti  a dimenticare. A ricostruirlo nella mente, sembra, più che un ricordo, più che una realtà tramontata, un guizzo della fantasia, un riverbero di rimbalzo di alcuni dipinti degli impressionisti francesi.  Come ricordare la festosa  vivezza  del Moulin de la Galette di Renoir,  sia pure trasportato nell’alone di  antica nobiltà  dello scenario in cui si  svolgeva la  vivace vita della Birreria Pfanner. Dove ora è lo spiazzo dinnanzi  alla cancellata che, tutt’ora, chiude e preclude il limbo del giardino, sotto l’alto pergolato, vi erano tavoli di ghisa, fusi in volute floreali a sorreggere il pesante ripiano di marmo bianco: vi era quasi sempre tanta folla quanto oggi sembra tutto fermo e deserto.Entrando nell’androne la sonorità dell’ambiente moltiplicava il brusio degli avventori che dal portone apparivano laggiù, in fondo, seduti tra le quinte d’uno spettacolo d’Arcadia. Mormorio rotto di tanto in tanto dal grido d’un bambino o da quello sconcertante dei pavoni i quali, di là delle sbarre si confondevano coi fiori delle aiuole. Ma più di tutto ricordo l’odore inconsueto che investiva  l’avventore fin dal suo ingresso nell’androne,  odore acre, dolce, dei fermenti della birra; mi sembra di ritrovarlo ogni volta che torno sul luogo e con esso m’investe tutto il sapore di un’età tramontata, l’età che attendeva, quieta e leggiadra, soprattutto ignara,  le tempeste che l’hanno cancellata. Poi,  appressandosi, c’era  il ticchettio di una macchina, un ticchettio veloce e brioso; lamacchina stava nel sottoscala e se ne vedevano alcune ruote grandi che giravano vorticosamente. Mi domando qualche volta chi,  che cosa darà mai ai nostri figli un ricordo così conchiuso, una immagine di vita così distensiva, ingentilita da quella eleganza barocca, da quello scenario importante e gratuito, in cui tuttavia ancora affiora qualche cosa della compiutezza rinascimentale. (….) Ora la Birreria Pfanner è solamente una oasi breve nella nostra memoria, una assurda felice immagine che non riesce a ricostruirsi in noi nella sua realtà; ora  lo scenario elegante, impassibile e sofisticato, è lì, fermo nel suo silenzio, lontano oltre tre secoli da noi quanto allora sembrava far parte della nostra presenza”.

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