#CULTURA #POLITICA #TOSCANA #ULTIME NOTIZIE

Alberto Brandani, una faccia da Monte con la testimonianza di Marco Follini

Consigli che dispensava a chi li chiedeva e anche a chi, senza chiederli, lui capiva che ne aveva bisogno. Lui è Alberto Brandani. Nel libro Facce da Monte di Stefano Bisi, che sarà presentato il 14 maggio alle 17.30 al teatro del Popolo di Colle Val d’Elsa un capitolo è dedicato a uno degli amministratori di Rocca Salimbeni tra gli anni 1997-1995. Nel volume edito da Betti è riportata la testimonianza di Marco Follini: “Lo ricordo con amicizia e con dolore. Egli era un democristiano toscano, e già la cosa sembrava destinarlo a una certa difficoltà. Ed era un figlio della Prima Repubblica, di quelli che riconoscevano con una certa fatica e un’intima sofferenza l’avvento della Seconda. Ma per quanto l’onda del tempo si infrangesse così spesso sulla barriera dei suoi convincimenti egli non rinunciava mai a vivere fino in fondo le stagioni che la vita (e la politica) gli riservavano. Ai tempi dell’Udc lo designai per il consiglio di amministrazione dell’Anas. Il suggerimento mi venne da Cesa, e sulle prime lo accolsi con un briciolo di diffidenza. Sbagliando, perché poi Alberto svolse quel ruolo con scrupolo professionale e insieme lealtà politica. Come del resto aveva fatto molti anni prima, al Monte dei Paschi di Siena. Sul fatto che fossero i partiti, all’epoca, a effettuare queste designazioni si può discutere a lungo. Tanto più che l’andazzo continua anche ai nostri tempi, e dunque sui pro e sui contro ci si potrà dividere chissà quante altre volte. Ma se posso aggiungere una testimonianza personale ricordo che più di una volta egli si oppose a richieste e pretese che venivano dal nostro ambiente, mostrando come anche in quelle circostanze un manager potesse evitare di vestire panni che non sentiva suoi. A patto di volerlo, s’intende”. Con Brandani si poteva discutere di tutto. Ascoltava. Ribatteva: “Con Alberto – aggiunge Follini – ho discusso in seguito tante e tante volte. Non gli farò il torto di dire che eravamo d’accordo. Anzi, il più delle volte io contestavo a lui un certo spirito conservatore e lui contestava a me qualche (raro) tratto più avventuroso. Avevamo visioni diverse e caratteri diversi. E il gusto della discussione ci portava a rimarcarli, da una parte e dall’altra. Ma in questi casi fa parte del rispetto, e anche della lealtà, non indossare la maschera delle circostanze. Cosa che non c’è mai capitata. Almeno, così credo. Era un uomo di sistema, Brandani. La sua visione della politica era appassionata senza essere mai troppo romantica, realistica quanto bastava a sopravvivere in partibus infidelium, coriacea come si addiceva a un seguace di Amintore Fanfani. Direi che lui era un fanfaniano tra i più ortodossi, ma che a differenza del suo leader amava navigare lungo rotte più prudenti e circospette. Quelle cose che alle persone più giovani sembrano disdicevoli e rinunciatarie ma a cui il passare del tempo conferisce poi una certa saggezza. So che gli ultimi mesi per lui sono stati atrocemente difficili. Ma anche quella difficoltà Alberto l’ha attraversata a modo suo. Sapendo che ci sono castelli che non si possono espugnare, ma che non è consentito levare le tende quando la difficoltà sembra avere ragione di te. E lui, le sue tende, non le ha mai levate”.

E la Tenda per Brandani era Colle di Val d’Elsa, dove viveva con la moglie, i figli e i nipoti.

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti